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Quella guerra fu anche il banco di prova per una politica di manipolazione
delle notizie: il segretario alla Guerra, Edwin M. Stanton, interveniva
direttamente sui dispacci, truccava i numeri delle perdite, alterava i
resoconti delle battaglie. Nel 1866 un cavo sottomarino collegò la rete
telegrafica europea a quella americana, e l'avvenimento fu inaugurato non con
un dispaccio militare - com'era consuetudine - ma con un messaggio
giornalistico: il testo del discorso dell'imperatore Guglielmo dopo la
vittoria di Sadowa. L'intreccio tra guerra e informazione trovava qui il suo
atto di nascita ufficiale.
Durante la Prima guerra mondiale quasi tutti i paesi coinvolti crearono
dei ministeri delle informazioni, con compiti distinti rispetto alla semplice
propaganda. E' interessante notare, per esempio, che il ministero delle
informazioni inglese aveva a capo l'editore del "Daily Express", e
come dipendenti Rudyard Kipling e H.G.Wells. Negli Stati Uniti venne creato il
"Committee on Public Information", composto dai segretari alla
Marina e alla Guerra, dal titolare del Dipartimento di Stato e da un
giornalista, George Creel, il cui obiettivo esplicito era «Vendere la guerra
al pubblico americano».
La Germania del Kaiser continuava a sottovalutare i nuovi fattori che
affiancavano ormai la strategia militare: il morale delle truppe nemiche,
l'opinione pubblica interna e quella nemica. Solo a guerra persa, i comandi
militari tedeschi analizzarono la portata della propaganda alleata: «Il
nemico ci ha vinto non con un corpo a corpo sul campo di battaglia, baionetta
contro baionetta. No! Pessimi testi su poveri fogli malamente stampati hanno
fatto venir meno il nostro braccio».
Il Terzo Reich sopperirà a questa mancanza con il potentissimo
"Ministero della propaganda e dell'illustrazione del popolo", creato
da Joseph Goebbels con l'intento di "modellare gli spiriti". Dagli
anni Venti, attraverso la radio, la comunicazione si fece più capillare e
quotidiana, l'informazione entrava direttamente nelle case.
Si stima che alla vigilia del secondo conflitto mondiale negli Stati Uniti
vi fossero duecento apparecchi ogni mille abitanti, in Inghilterra e Germania
circa centoventi e in Unione Sovietica una trentina. In Italia il primo
giornale radio andò in onda nel 1929, e la radio fu subito utilizzata come
strumento per creare consenso attorno al regime.
Il Ministero della cultura popolare (il famoso Minculpop) mandava
quotidianamente "Ordini" ai direttori dei giornali, con indicazioni
tassative sulle notizie da dare o da non dare. Alcuni esempi: "Non
pubblicare corrispondenze sui nostri bombardamenti in Africa Orientale"
(7 dicembre 1935); "Ignorare completamente tutto quanto si riferisce
all'inchiesta per l'uccisione dei fratelli Rosselli" (15 gennaio 1938);
"Notare come il Duce non fosse stanco dopo quattro ore di
trebbiatura" (4 luglio 1938).
E' chiaro come l'intento fosse quello di manipolare l'opinione pubblica
tacendo alcuni fatti sia di politica interna che estera, e lavorando sulla
costruzione dell'immagine del duce. Ma la radio fu anche usata in funzione
antiautoritaria, come mostra il ruolo giocato da Radio Londra durante la
seconda guerra mondiale, fondamentale sia per i messaggi in codice rivolti ai
movimenti della Resistenza, sia per il potere di orientare la popolazione
civile nei paesi occupati dai tedeschi.
La seconda guerra mondiale, comunque, e ancora la guerra di Corea, furono
caratterizzate da una forte censura dei governi sulla stampa, censura che
spesso veniva introiettata come autocensura, come adesione totale del
giornalista al modello politico e ideologico del suo Paese.
Abbiamo già citato come la guerra del Vietnam abbia visto delle
smagliature nel tessuto della censura, pur essendo iniziata con la diffusione
acritica di una falsa notizia: l'attacco a un cacciatorpediniere statunitense
da parte di unità siluranti nord-vietnamite nel Golfo del Tonchino, il 5
agosto 1964.
Ma dopo la svolta del Tet la stampa cominciò a investigare anche sulla
genesi del conflitto, finché nel 1971 il "New York Times",
nonostante i furibondi tentativi di Nixon per impedirlo, rese note le carte
segrete del Pentagono, che rivelavano l'inganno perpetrato ai danni
dell'opinione pubblica americana.
La "sindrome del Vietnam" divenne quindi l'ossessione di una
superpotenza che mal digeriva una sconfitta militare, e la convinzione da
parte del governo Usa di non aver saputo controllare e piegare ai suoi fini
l'apparato dell'informazione. Così che, alla vigilia della Guerra del Golfo,
le parole del presidente Bush furono "Non sarà un altro Vietnam".
Infatti la Guerra del Golfo, come hanno acutamente evidenziato Jean
Baudrillard nel libro " La guerre du Golfe n'a pas eu lieu" e
Claudio Fracassi ne "L'inganno del Golfo", si basò su una sapiente
regia che costruì un'illusione collettiva, la quale fece vittime sia tra i
capi di governo (il re saudita Fahd fu convinto a ospitare l'operazione
"Scudo nel deserto" con false fotografie satellitari) che tra
l'opinione pubblica mondiale.
Gli specialisti della già citata Hill & Knowlton girarono a Hollywood
falsi filmini amatoriali sul Kuwait liberato, fecero raccontare alla figlia
adolescente dell'ambasciatore kuwaitiano presso le Nazioni Unite (assente da
anni dal suo paese) di come i soldati iracheni toglievano la corrente alle
incubatrici, impedirono che venissero visti i 200 mila iracheni uccisi, fecero
recitare più volte ai marines la scena della riconquista dell'ambasciata
americana a Kuwait City, facendo calare i soldati sui tetti dell'edificio
quando la capitale era libera da due giorni.
D'altra parte molti giornalisti, salvo poi fare atto di pubblica
contrizione, si prestarono senza troppo recalcitrare alla manipolazione,
quando poi non ne furono gli artefici. Reporter della Cnn prelevarono da uno
zoo e poi impeciarono il cormorano intriso di petrolio che commosse tutto il
mondo, si fecero riprendere in studio bardati con maschere antigas senza che
ci fosse alcun pericolo di contaminazione, mentre fotografi dell'agenzia
Reuter misero in vendita fotografie scattate durante la guerra Iran-Iraq del
1983.
Durante la recente guerra nell'ex-Jugoslavia l'informazione si è messa
spesso al servizio di odi etnici e nazionalisti, creando cliché semplicistici
e manipolatori: i serbi oppressori, i croati fascisti, i musulmani indifesi o
fondamentalisti.
E' forse presto per valutare la portata della disinformazione in quelle
regioni, soprattutto ora che la guerra vi si è riaccesa. L'apparente facilità
di accesso a molte fonti può ingenerare l'illusione di avere un canale
diretto con la realtà, ignorando che dietro ogni notizia che arriva a noi c'è
un "gatekeeper", un Caronte che decide cosa far traghettare.
La risoluzione n. 59 dell'Onu afferma che "L'informazione è un
diritto fondamentale dell'uomo e la pietra di paragone di tutte le libertà".
Nell'era dell'"infotainment" (information+entertainment), dei
video promozionali spacciati per notizie, c'è chi, come Baudrillard, grida
allo "sterminio della realtà da parte dell'informazione".
Ma c'è anche chi non vuole credere che l'unica difesa sia quella della
"pantofola", lanciata contro un televisore indifferente.
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