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Un altro denaro è possibile!
L’umanità che partecipa al movimento è la più
varia e composita
Anno di pubblicazione: 2003 - ©
di: Domenico de Simone
Operai, impiegati, studenti, contadini, cococò, autonomi, disoccupati, imprenditori di sé stessi e di
altri, negozianti, preti, missionari, suore, giornalisti,
fotografi, professionisti, attori, eccetera, eccetera. Credo che
il movimento riassuma in sé tutto lo spaccato della società
civile, con preponderanza di alcune figure professionali, ma con
la presenza della maggior parte di quelle che ci vengono in
mente. Che cosa hanno in comune tutte queste persone? Molte
cose, ma con certezza possiamo dire che avversano il modo di
vivere cui le costringe la società del profitto. Che, insomma,
l’avversario è il profitto come fine dell’esistenza, ciò che
lega l’opposizione contro questo sistema di tutti quelli che a
Firenze ci sono andati con i piedi e di tutti quelli che ci sono
andati con il cuore.
Un’altra cosa hanno in comune queste persone: che non vogliono
un nuovo ordine. Il movimento comunista lottava per imporre
l’ordine comunista a quello capitalista. Potere contro potere,
con il relativo corollario di potere giusto contro il potere
ingiusto e sofismi aggregati come corollari. Il movimento non ha
un ordine da imporre e nemmeno da proporre. Ciascuno pensa al
suo ordine, se ne ha voglia e tempo. Certamente tutti vogliono
una società pluralista, però universale, nella quale le
specificità locali ed etniche siano tutelate e non mortificate,
in cui tutti abbiano opportunità adeguate di farsi valere, senza
che questo significhi la morte di chi non ce la fa. Una società
solidale e ricca di umanità. Ecco, fermiamoci su questo punto.
Ho usato un termine, “ricco di umanità”, che ci riporta al
concetto di ricchezza ed all’economia. Una società nuova è una
società in cui la ricchezza è l’umanità e non il denaro, la
solidarietà e non il profitto, il benessere spirituale insieme a
quello materiale. Dico assieme perché le due cose non sono
affatto contraddittorie ed è ipocrita contrapporle così come è
falso dire che il benessere spirituale è possibile solo se si
rinuncia a quello materiale. Perché questo ragionamento ha un
falso presupposto: che la ricchezza sia possibile solo con il
profitto. Questo è il paradigma di una società con risorse
scarse, in cui il ricco è colui che ha sottratto molte risorse
alla collettività. Oggi questo paradigma è divenuto falso. Ci
sono molte risorse, sufficienti per tutti, ed altre sono
nascoste e possono e debbono essere sollecitate in maniera
appropriata.
Il paradigma della scarsità ha come corollario un sistema di
accumulazione che si fonda sul profitto e sull’interesse. Più
capitali sono scarsi maggiore è il tasso di interesse che essi
richiedono perché maggiore è il rischio. L’usura della finanza
si ammanta di eticità nascondendosi dietro il paravento
dell’utilità collettiva di un corretto uso di risorse scarse. In
realtà, oggi, disponiamo di risorse materiali in abbondanza, e
di risorse immateriali illimitate. Con le nostre tecnologie
avremmo la possibilità di rendere del tutto automatici processi
di produzione che rendono schiavi gli uomini che ci sono
addetti. Paradossalmente, poiché quel lavoro rappresenta la vita
di molte persone, difendiamo un lavoro che è di per sé uno
strumento di schiavizzazione, invece di batterci per farlo
scomparire. È l’equivoco che è contenuto nel diritto al lavoro,
che rovescia il senso dell’esistenza. Il lavoro semmai è un
dovere, che si risolve in ricchezza se è libero. Il lavoro sotto
la costrizione di non poter vivere senza è una schiavitù e
basta.
Dire che la ricchezza è quella che nasce dallo spirito umano
esprime un pensiero comune a molti. La cosa paradossale è che
questo pensiero non si coniuga, poi, con comportamenti
conseguenti. La ricchezza, in questa società, è data solo dal
denaro, e il denaro cresce solo sul profitto. Di conseguenza la
ricchezza è il profitto. Nell’accezione corrente in economia, si
fa riferimento per definire la ricchezza al concetto di
scarsità. Un bene è tanto più prezioso in quanto è scarso, ed è
questa la ragione per cui l’oro vale molto di più dell’aria,
nonostante questa sia indubbiamente essenziale per vivere mentre
l’oro è del tutto superfluo. Ma se ci pensiamo bene, questa idea
è falsa. Se così fosse, della buona musica, o letteratura o
filosofia, che sono certamente scarse, avrebbero un grande
valore. Al contrario il valore, in quei campi, è dato dal
profitto, poiché un libro o un disco non vengono venduti in base
al loro valore effettivo, ma in base a quello che riescono a
produrre, e quindi al capitale che viene investito per la loro
produzione. Non è quindi la scarsità che rende preziose le cose,
ma il profitto del capitale. Tutti noi proviamo un senso di
profondo disagio di fronte a questa considerazione, perché ci
rendiamo conto che stiamo immersi nella logica del capitale ed
esattamente nel punto in cui esso vuole che stiamo. Ed è un
disagio che si traduce, poi, in rimozione del problema, e non
nella ricerca della sua soluzione.
Anche contestare il capitalismo è funzionale alla sua
riproduzione. Se non ci credete, provate a pensare a quanto
abbiano fruttato ai mass media le notizie sugli scontri e quanta
informazione richieda il movimento, e per loro, l’informazione è
ricchezza. Questo non significa che non dobbiamo contestarlo, ma
che l’opposizione e la lotta deve assumerne forme e contenuti
diversi, poiché quelli usuali sono stati oggettivamente
inglobati nella logica della riproduzione del capitale
finanziario.
Dobbiamo, allora, riflettere su che cosa possa davvero rompere
questo circolo perverso, che si impadronisce delle nostre stesse
vite fino a renderle strumenti per la creazione di denaro e di
profitto. Abbiamo la possibilità di creare una società fuori
dalla logica del profitto, e di farla subito. Ci sono i numeri,
le risorse, la fantasia, le capacità. Facciamola. L’idea è
quella di costruire, tra di noi, un sistema di relazioni che
siano estranee al profitto, pur consentendo a chi le fa, di
trarre un utile da queste relazioni. Credo che chiunque svolga
una prestazione debba ricavarne un utile, il che non significa
che questo utile debba necessariamente essere un profitto.
Infatti, la remunerazione di un’attività è cosa diversa dal
profitto, che attiene alla valorizzazione del capitale e non
delle risorse umane. Dobbiamo, quindi, impedire che avvenga quel
corto circuito che identifica capitale monetario con i valori
umani, fino al punto in cui questi sono subordinati a quello.
Come dicevo, ci sono risorse umane in quantità. Ci sono anche
risorse materiali a sufficienza, e ormai da oltre dieci anni.
Insomma, non è necessario che qualcuno muoia di fame affinché
altri possano vivere, così come non è necessario che molti
facciano un lavoro massacrante e alienante affinché pochi
possano pensare. D’altra parte è lo scambio alla base della
logica del profitto. Come ho dimostrato nel mio libro “Dove
andrà a finire l’economia dei ricchi”, allo scambio si stanno
sovrapponendo logiche di relazioni completamente diverse, nelle
quali anche la valutazione dell’apporto di ciascuno è del tutto
superflua, così come sono insensati i pagamenti in denaro.
Dobbiamo quindi realizzare l’utopia di una società che si fonda
sulla vera ricchezza, che è quella che nasce dagli uomini. Si
tratta di un’utopia concreta, reale immediata. Senza i sogni,
gli uomini sono già morti. Ma vivere nel sogno, dimenticando la
realtà, è anche peggio. Se abbiamo un sogno dobbiamo viverlo
fino in fondo, renderlo reale, subito. Solo così possiamo
sollecitare le forze che sono attorno ed insieme a quel sogno.
Non abbiamo bisogno dell’utopia del futuro, perché come diceva
Keynes, a lungo termine saremo tutti già morti. Non vogliamo
nemmeno l’utopia del passato, quella dei morti che ritornano in
forma di sogno splendente, nascondendo la miseria del loro e del
nostro presente. Non dobbiamo negare la miseria del nostro
presente, proiettandoci in un mondo fantastico che vive nel
passato o nel futuro. L’utopia è oggi, subito. Dobbiamo essere
realisti e fare l’impossibile. Questa frase entusiasmò Marcuse
che la lesse su un muro della Sorbona nel ’68, ma al posto di
fare c’era scritto chiedere. Noi non dobbiamo chiedere niente a
nessuno, dobbiamo fare il nostro mondo, a partire da noi stessi.
In noi è racchiuso tutto l’universo, e se è così, perché non
realizzare l’utopia?
Nel mondo virtuale abbiamo un’infinità di risorse: siti di
informazione, di musica, di letteratura, di teatro, di software,
eccetera. La maggior parte di queste risorse sono sottopagate o
spesso non sono pagate affatto, e quindi la loro possibilità di
crescita è limitata dalla presenza di siti e di aziende che
dispongono invece, di ben altri mezzi. In che cosa consistono
questi mezzi? Nel denaro e nelle altre risorse finanziarie di
cui le banche ed i grandi gruppi dispongono e che vengono messi
a disposizione di chi si muove entro una logica di profitto.
Attenzione, non ho scritto di sviluppo, ma di profitto che è
profondamente diverso, poiché esso attiene allo sviluppo del
capitale, non della società né, tanto meno delle risorse umane.
Noi dobbiamo creare una logica di sviluppo senza profitto, di
creazione di ricchezza senza sfruttamento, di valorizzazione
della vita e non del denaro. Questo è il punto decisivo.
Facciamo un esempio.
Si parla dell’informazione indipendente, ma per farla ci
vogliono risorse finanziarie e certamente, nessuno nel movimento
dispone delle somme per fare una televisione indipendente.
Neppure troverete mai una banca disposta a dare ad un gruppo
legato al movimento le somme necessarie per farlo. E non tanto
per ragioni ideologiche, ma semplicemente perché nessuno è in
grado di aggregare le risorse necessarie per garantire i
profitti che il mondo finanziario esige per iniziative di questo
genere.
D’altra parte, se ci si muove fuori da una logica di profitto è
insensato garantire dei profitti, così come se ci si muove in
una logica non violenta è insensato comprare le armi. E se
qualcuno finanzia queste iniziative vuol dire che da qualche
parte il profitto lo tira fuori, altrimenti non lo farebbe. Per
questa ragione diffido sempre di iniziative apparentemente
animate dalle migliori intenzioni che però non escono dalla
logica ferrea di questo sistema. Lo stesso discorso vale per la
politica. Non sono gli uomini cattivi che rendono il potere
cattivo, ma è il potere che fa gli uomini cattivi, e credo che
la storia ce ne abbia dato esempi a sufficienza.
Pensate alle T.A.Z., le zone di autonomia dal potere politico di
cui Akim Bey ci ha reso una accurata descrizione nel suo
splendido libro. Dobbiamo costruire una T.A.Z. dal potere
finanziario, una zona autonoma, ma non temporanea, che consenta
a chiunque lo voglia, di uscire dalla logica del capitale e del
profitto.
Nel movimento, come dicevo prima, ci sono risorse umane e
materiali più che sufficienti per trasformare in realtà quello
che appare un sogno. Cosa possiamo fare per realizzarlo?
Partiamo dalle cose semplici e già note. Ci sono le banche del
tempo ed altre organizzazioni no-profit, i cui membri si
scambiano prestazioni senza ricavare un profitto. Posso
scambiare un’ora di lezioni di musica con un’ora di giardinaggio
o un’ora di baby sitting. Le banche del tempo sono molto diffuse
nel mondo, un po’ meno in Italia, anzi quasi per niente, e sono
certamente un’istituzione lodevole. In Argentina, ad esempio,
con strumenti del genere alcuni milioni di persone riescono a
sbarcare il lunario, poiché dedicano tutto il proprio tempo a
rendere questi servigi ricevendo dagli altri servizi in
proporzione.
Il problema, però, è di far uscire la logica del profitto dalla
nostra vita. Perché anche se la rifiutiamo, anche se pensiamo di
starne fuori, essa è sempre presente ogni volta che dobbiamo
fare un gesto banale come quello di andare al bar a prendere un
cappuccino, o quello un po’ più impegnativo di andare a comprare
una casa o un’automobile. È vero che molte banche del tempo
emettono una specie di denaro, che altro non è che un’unità di
misura delle ore prestate e serve a dimostrare che si è
effettuata effettivamente la prestazione indicata nel
certificato (altrimenti lo scambio deve necessariamente essere
limitato tra quelli che si conoscono e che hanno effettuato
reciprocamente le prestazioni). Però anche queste forme
monetarie alternative hanno dei limiti. In genere scarseggiano,
e quando sono emesse non si conoscono i criteri di emissione né
di distribuzione. Ma il limite peggiore è che esse non sono
convertibili, e quindi sono destinate comunque ad una
circolazione limitata tra quelli che offrono prestazioni e solo
per quelle prestazioni. Insomma, non ci si può comperare casa e
nemmeno il cappuccino al bar, e soprattutto non ci si possono
pagare la luce, il telefono, l’energia e le tasse. Per fare
queste cose occorrono i soldi, così come pure per fare una
televisione indipendente o un sito di informazione che sia in
grado di fare concorrenza ad un network di medie dimensioni.
I soldi li fanno le banche che te li danno solo se ti indebiti,
e se ti indebiti caschi necessariamente nella logica del
profitto, altrimenti non potrai mai restituire il tuo debito. In
realtà non ci riesci lo stesso, ma se paghi gli interessi e
cresci con il fatturato, le banche ti creano altro denaro
indebitandoti ulteriormente così che il loro profitto possa
crescere (non dobbiamo dimenticare che le banche hanno bisogno
per fare soldi di qualcuno che si assuma il debito). Le
conseguenze sono quelle che vediamo oggi: tutte le aziende sono
oberate di debiti e ogni tanto qualcuna che non ce la fa a
ripagare il suo debito viene eliminata. Al suo posto sono pronti
in mille ad assumersi quei debiti e tentare l’avventura.
L’economia cresce solo con il debito, che è poi il modo del
potere finanziario di creare il denaro. Quello che interessa
alle banche non è che il debito sia restituito, poiché esse
sanno benissimo che in molti non potranno farlo, ma che si viva
nella logica del profitto e della riproduzione del capitale.
Alle banche interessa l’anima degli uomini, esse vogliono
indurre comportamenti che presuppongano la logica del profitto.
Solo così possono perpetuare il loro potere.
Però, cosa ci dimostra l’esistenza delle Banche del tempo e
delle monete alternative? Ci dimostra che è possibile fare a
meno del “loro” denaro per vivere. Che è possibile lavorare,
creare, muoversi in una logica diversa da quella del potere del
denaro e del profitto. La vera ragione per cui queste
istituzioni alternative non decollano, è data dal fatto che esse
si tengono ai margini, indecise tra l’alternativa vera ed il
mondo tradizionale. Se non si rovescia la logica del capitale è
impossibile farne a meno. Una Banca deve comportarsi con la
logica della banca tradizionale, altrimenti è destinata al
fallimento, così come un’impresa deve comportarsi secondo i
criteri propri dell’impresa, altrimenti è anch’essa destinata a
chiudere. Allora, o rovesciamo la logica del capitale, oppure
Banca Etica, finanza etica, imprese no-profit, resteranno delle
belle aspirazioni prive però di concretezza e di sostanza.
Insomma dobbiamo uscire dalla logica del profitto. Ma come? Nel
mio ultimo libro “Per un’economia dal volto umano” ho avanzato
l’idea che gli enti locali, Comuni, Regioni e Province,
potessero utilizzare i titoli di debito, con cui lo Stato li sta
indebitando dopo aver raggiunto il tetto del proprio
indebitamento, per effettuare delle emissioni affatto diverse
nella logica del tasso negativo. Ovviamente queste emissioni non
possono essere collocate al pubblico come quelle che portano un
tasso positivo. Ma la loro funzione non è quella di dare un
interesse e rastrellare risparmio, anche perché il risparmio non
c’è più. L’idea è quella di emettere degli strumenti finanziari
che non creino debito e non generino interessi. I Titan sono dei
titoli finanziari destinati ad essere spesi e il più velocemente
possibile, proprio per non pagare l’interesse negativo dal quale
sono gravati. Nella proposta dei Titan ipotizzavo che essi
fossero emessi da un ente locale, come un Comune, una Provincia,
una Regione, per finanziare iniziative di creazione di
ricchezza. Essi però, possono anche essere emessi da
un’associazione privata, e facevo l’esempio dei centri sociali,
di cui alcuni svolgono attività di un qualche rilievo economico.
Le società di capitali possono emettere obbligazioni secondo
regole tecniche previste dalla legge. Se queste obbligazioni
fossero gravate da un tasso negativo, esse funzionerebbero né
più e né meno come i Titan. Ovviamente la loro emissione ha
necessità di due presupposti: il primo che ci sia un numero
sufficiente di persone che li accetti in pagamento di
prestazioni o altri beni, e il secondo che esse vengano emesse a
fronte della creazione di ricchezza che le giustifichi. E’
necessario un contesto sufficientemente ampio per giustificare
emissioni continue di titoli di questo genere, poiché solo così
si possono recuperare la quantità e la qualità di beni e di
servizi necessari a chiunque per vivere. Infine, in un ambiente
ristretto è pressoché impossibile ricostruire un’intera filiera
economica, vale a dire un processo di produzione che comprenda
tutte o quasi le fasi di lavorazione di un prodotto e quindi la
circolazione dei titoli sarebbe gravemente limitata da questo
problema.
La soluzione è, quindi, di avere un numero iniziale congruo di
partecipanti, una o più filiere di produzione, un istituto di
emissione, ed un criterio di distribuzione razionale ed equo.
Non è semplice ottenere queste condizioni, ma è certamente
possibile, poiché queste risorse già ci sono nel movimento. Se
poi i titoli emessi fossero convertibili dall’istituto di
emissione, allora il problema principale sarebbe risolto.
Insomma, con questi titoli ci si potrebbe comprare la casa e il
cappuccino al bar. Essi potrebbero esser spesi in pratica
ovunque, soprattutto dopo un certo tempo dalla loro entrata in
circolazione.
Faccio un esempio di come potrebbe funzionare il meccanismo,
partendo dalla fine, ovvero dai suoi effetti. Che ne pensate di
una società i cui soci ricevono dalla collettività, ogni mese,
una somma sufficiente per poter vivere, comprando nella società
quanto è necessario a prezzi ragionevoli? In cui ciascuno possa
dedicarsi a fare quello che ritiene più adatto alle proprie
capacità, senza doversi preoccupare se produce soldi o meno,
perché comunque ha da vivere e perché comunque, quello che fa è
considerato “ricchezza”?
E se vi viene il dubbio che le imprese possano non avere
interesse a partecipare ad una simile iniziativa, vi espongo
subito il ragionamento da fare ad un negoziante qualsiasi,
mettiamo il gestore di un supermercato (che è necessario che ci
siano anche loro, poiché è lì che si va a fare la spesa). “Caro
gestore, se ti mando 10.000 persone che mensilmente fanno la
spesa da te, che sconto gli fai sulla spesa che essi fanno?”.
Vedrete i suoi occhi illuminarsi e la mente effettuare
rapidamente calcoli su quanto fatturato gli possono portare
10.000 persone. Si tratta di un sacco di soldi. Se poi gli dite
che lo sconto consiste nel fatto che alla fine dell’anno sui
titoli che riceve in pagamento e che restano nelle sue casse
deve pagare il 5% (o l’uno per mille alla settimana il che è lo
stesso), lo vedrete sorridere a trentadue denti. Perché di
fatto, dato il cash flow di un supermercato, se pure alla fine
dell’anno esso dovesse essere gravato dell’intero importo del
tasso negativo, quel 5% sarebbe inferiore allo 0,5%. Negli
esprimenti con denaro a data effettuati in passato, si è
constatato che la velocità di circolazione è di circa 46 volte
nel corso dell’anno, mentre il denaro normale girava non più di
5 volte. Però è necessario che il gestore del supermercato, poi,
possa andare a spendere quei titoli per comprare le cose che vi
vende, altrimenti egli avrebbe una perdita secca. E a loro
volta, i suoi fornitori dovranno poter spendere quei titoli
presso i propri fornitori, altrimenti la perdita ricadrebbe su
di loro. Questa è una filiera di produzione e noi possiamo
ricostruirne alcune e poi attirare le altre nel nuovo sistema.
Per una ragione semplicissima. Il sistema economico soffre di
sovrapproduzione, e questo già di per sé comporta una perdita
secca per gli operatori. E allora gli si pone l’interrogativo:
Accettare i titoli ed il rischio che questi comportano (e cioè
il fato di dover impiegare un certo tempo per spenderli) oppure
subire passivamente una perdita certa perché non si riesce a
vendere i prodotti, fino al punto da dover chiudere lo
stabilimento? I produttori, in questo contesto, hanno interesse
ad entrare in un nuovo sistema di distribuzione della ricchezza,
che gli consente anche di accedere a fonti di finanziamento che
non hanno costi propri. Quindi dopo aver fatto bene i propri
conti, correranno nel sistema. Non ci interessa la ragione per
cui lo faranno, ma il fatto che lo faranno.
Sembra un sogno, e invece è possibile, e oggi, subito. Perché
tutto quello che noi facciamo è ricchezza, e non solo quello che
produce profitto. Ed in questa considerazione consiste la
rivoluzione prossima ventura. Ma se è ricchezza, allora è
necessario che ogni “produzione” sia accompagnata da un
numerario che ne consenta lo scambio e l’acquisto. E questo è
l’altro punto della rivoluzione. Vediamo come dovrebbe
funzionare la società.
Ho stimato il numero dei soci iniziali della Banca del Movimento
in almeno 10.000 persone. Le filiere di produzione saranno
all’inizio essenzialmente aziende di prodotti immateriali, come
cd, film, informazione, software, teatro, libri, cultura in
genere, insomma tutto quello che passa su internet e dintorni.
Possono però, anche essere aziende agricole, penso a quelle del
commercio equo e solidale, artigiane dello stesso circuito,
aziende di grande distribuzione ed imprese che abbiano problemi
di sovrapproduzione, che poi sono la maggioranza visto che il
problema della crisi di oggi è proprio quello della
sovrapproduzione. Se queste aziende potessero pagare in parte
almeno, i propri dipendenti con questi titoli il problema della
conversione sarebbe in parte risolto. E d’altra parte, se i
dipendenti possono andare a comprare con questi titoli merci su
internet e presso altre imprese non avrebbero difficoltà ad
accettarli. Soprattutto non avrebbero difficoltà se il loro
lavoro dovesse essere remunerato in quel modo poiché l’azienda
nasce con quel finanziamento.
L’istituto di emissione potrebbe essere, ad esempio, Banca
Etica, che ha già una struttura di tipo bancario e possiede le
capacità per far funzionare il sistema di emissione. Per la
decisione sulle tipologie di investimento si deve adottare una
forma di democrazia diretta con il voto in tempo reale sulle
singole iniziative assunte dalla banca di emissione, mentre a
livello locale ci penserebbero i soci del posto ad indirizzare
le emissioni sulle iniziative più adeguate. Ad esempio, se in un
luogo si adottasse un’iniziativa di disinquinamento del
territorio, la decisione dovrebbe essere presa a livello locale
nella misura indicata dalla banca centrale che deve monitorare
la quantità di emissioni periodiche per evitare l’inflazione.
Quanto alla distribuzione, è necessario (e possibile) che una
parte delle emissioni sia utilizzata per dare reddito di
cittadinanza ai soci dell’iniziativa. La misura dell’erogazione
è una funzione del ricavato della circolazione e degli
investimenti che producono ricchezza. Essa quindi può variare
nel tempo poiché è legata alla quantità di beni e servizi che è
prodotta dalla collettività. Il reddito dal lavoro, per le
prestazioni effettuate nella logica della banca del tempo, si
aggiunge, ovviamente, al reddito di cittadinanza così preso.
In un lasso di tempo che stimo essere relativamente breve, non
appena l’iniziativa dovesse partire, il numero dei partecipanti
dovrebbe aumentare in misura geometrica, poiché l’interesse a
partecipare sarebbe fortissimo. Non solo interesse ideologico,
ma anche e soprattutto interesse concreto, poiché attraverso
questo meccanismo si può vivere e bene senza rinunciare a nulla
ma anzi migliorando la qualità della propria vita.
Ricapitoliamo. Si costituisce l’associazione che propongo di
chiamare con l’acronimo F.A.Z., Zona di Autonomia Finanziaria.
Banca etica (BE) funge da banca dell’associazione. Ciascun socio
apre un conto presso la banca dove gli viene accreditata una
somma iniziale di 500 euro in titoli a tasso negativo. Questo
accredito è gratuito, non comporta alcun versamento da parte dei
soci. Il solo fatto di partecipare alla società dà diritto di
ricevere la somma in questione, in forma di titoli a tasso
negativo.
Vi chiederete da dove arrivino queste somme. Esattamente dallo
stesso posto dal quale lo Stato (e per esso le Banche) fanno
arrivare i soldi con i quali fate la spesa al supermercato. Con
la piccola differenza che mentre quei denari creano debito (e
quindi potere), i Titan non creano né debito né potere. Se avete
ancora dubbi sulle ragioni che consentono a BE di emettere
questi titoli senza alcuna copertura apparente, vi prego di
andare a leggere nei miei libri e in particolare nel capo II del
libro “Dove andrà a finire l’economia dei ricchi” a pagina 45 e
seguenti, dove riporto un esempio di come Krugman spiega la
ragione per cui una società chiusa debba emettere denaro senza
copertura per poter funzionare. Negli altri libri, trovate
considerazioni esaurienti sulla natura del denaro e l’assurdità
della sua creazione a debito (assurdità, peraltro, funzionale al
potere finanziario).
I Titan emessi da BE perdono ogni settimana l’uno per mille del
loro valore nominale. Ogni nuovo socio che entra riceve la
medesima somma. Ogni settimana BE detrae dai conti l’importo
dell’uno per mille che accantona a copertura del finanziamento
dei titoli. (la cosa in realtà è un poco più complicata poiché
il mio sistema prevede l’emissione di titoli gravati da diversi
tassi negativi, che oscillano tra lo 0,2 e il 2 per mille la
settimana, a seconda del tipo di iniziativa che viene
finanziata. Mensilmente BE versa sui conti dei soci la somma che
viene determinata a titolo di reddito di cittadinanza (RdC).
Questa somma equivale all’importo che verrà detratto dai conti a
titolo di tasso negativo nonché ad una percentuale dei
finanziamenti fatti per la creazione di nuove imprese. Possiamo
supporre che ci siano somme sufficienti per dare a tutti un
importo non simbolico a titolo di RdC. Non sono in grado di
determinare la cifra senza fare delle proiezioni accurate e non
dispongo di un istituto di ricerca in grado di studiare questa
questione. Non credo di essere molto lontano dal vero se però,
dico che è presumibile che sin dall’inizio si possa dare una
somma minima di 200 euro al mese a tutti i soggetti che si
iscrivono all’associazione, per arrivare in un lasso di tempo
relativamente breve a 500 euro al mese a testa. Trattandosi di
strumenti a tasso negativo la loro natura è quella di essere
spesi il più velocemente possibile. Anche se qualcuno
partecipasse all’associazione senza lavorarci all’interno, il
solo fatto che spenda nell’associazione crea ricchezza. E
d’altra parte la spesa per consumi è il vero motore
dell’economia.
Ovviamente, i soci dovrebbero impegnarsi a fornire proprie
prestazioni o prodotti seguendo la logica delle banche del tempo
e del commercio equo e solidale e dietro il pagamento di un
compenso determinato. Ma se queste prestazioni non fossero
richieste, o se i loro prodotti restassero invenduti, non c’è
alcuna ragione perché essi vengano esclusi dall’associazione. La
loro presenza come consumatori e fruitori dei prodotti
all’interno dell’associazione contribuisce a creare la ricchezza
complessiva del gruppo.
Tutti i soggetti che ho indicato sopra hanno interesse a
partecipare all’iniziativa. Vediamo il dettaglio. Per Banca
Etica, o la struttura di tipo bancario che gestisce l’emissione
dei titoli, si tratta di coprire i propri costi ed avere gli
strumenti per recuperare le risorse necessarie al finanziamento
delle iniziative che vengono proposte. Questo può avvenire
tramite l’imposizione di un’imposta sulle singole operazioni o
sulla gestione dei conti. Ho pensato ad un aggio su tutte le
transazioni che avvengono per il suo tramite pari allo 0,1%.
D’altra parte Banca Etica ha altri proventi dall’attività.
Intanto, per le emissioni effettuate per finanziare iniziative
di tipo imprenditoriale, essa riceve il capitale in restituzione
dall’impresa. Questo capitale va a remunerare i costi del RdC,
ma allo stesso tempo una parte di esso potrebbe essere stornata
per coprire i costi della Banca che non fossero coperti dal
prezzo della gestione dei conti. Inoltre, Banca etica può
partecipare alle imprese e promuoverne alcune, cosa che può
fruttare utili in grado di coprirne parzialmente i costi. Poiché
però essa non dà un interesse per i depositi ma lo trattiene a
titolo di tasso negativo, i costi di banca etica sono molto
ridotti. Il calcolo del tasso negativo può sembrare complicato e
lo sarebbe se dovesse essere effettuato a mano, ma gli attuali
computer sono in grado di svolgere queste operazioni con estrema
precisione e senza alcuna fatica.
La cosa si complicherebbe un poco se, oltre alla gestione on
line dei conti la Banca dovesse effettuare anche una gestione
cartacea dei titoli. La soluzione più semplice, sarebbe quella
di legare i due sistemi attraverso delle smart-card che
potrebbero consentire ai soci di portarsi il “contante” appresso
senza dover ricorrere al cartaceo. Ma questo è un problema del
“dopo”. Insomma, Banca Etica non solo avrebbe interesse
economico ad entrare nell’operazione, ma soprattutto potrebbe
rendere concreto il proprio obiettivo di fare finanza etica.
Infine, i soci potrebbero trasferire i propri conti ordinari
presso la stessa banca. E’ insensato tenere conti a tempo presso
BE e conti ordinari presso una banca del sistema finanziario.
Ovviamente BE tratterebbe i conti ordinari come i normali conti,
separandoli da quelli in titoli, per non incorrere in sanzioni.
Solo questo, però, porterebbe a BE proventi di gestione
sufficienti a ripagarla delle spese. È probabile che i conti in
euro ordinari siano utilizzati per la tesaurizzazione dai soci,
oltre che per pagare le spese correnti che non è possibile
pagare con i Titan. BE, quindi, si troverà con una riserva in
continua crescita di euro poiché molti servizi creati con i
Titan saranno pagati nel sistema economico in euro. Questo
meccanismo dovrebbe consentire a BE di convertire Titan in euro
senza dover soffrire per mancanza di liquidità.
Dobbiamo tenere presente che è necessario monitorare in maniera
precisa la quantità di titoli che possono essere emessi in un
sistema. Leggendo il capitolo di cui parlavo sopra se ne capisce
immediatamente la ragione, che riassumo nella considerazione che
se in un sistema ci sono troppi strumenti monetari, i prezzi
salgono, se sono troppo pochi, i prezzi scendono e le attività
economiche si deprimono. Di quali strumenti può disporre BE per
fare questo controllo?
Per la emissione dei titoli, BE ha uno strumento di monitoraggio
dato dal livello dei prezzi interni. Il tasso negativo dovrebbe
escludere deflazione, vale a dire una caduta dei prezzi che
comporti una caduta delle attività economiche. E’ quello che sta
accadendo adesso: la mancanza di domanda costringe le imprese ad
abbassare i prezzi per cercare di mantenere livelli accettabili
di produzione, ma per farlo sono costrette a risparmiare sui
costi, e quindi tagliano soprattutto il costo del personale.
Questo, però, comporta un’ulteriore caduta della domanda
effettiva di beni, poiché i licenziati spenderanno di meno sul
mercato. L’effetto generale è una caduta di prezzi ed una
conseguente riduzione delle attività economiche. Con il tasso
negativo, la caduta dei prezzi segue a risparmi sui costi di
produzione per effetto di un incremento della domanda e non
della sua caduta. Insomma si dovrebbe risolvere in un beneficio
per la gente e per le imprese.
Allo stesso tempo la riduzione progressiva della massa monetaria
con il decorso del tempo, limita anche gli effetti inflattivi, a
meno che le emissioni non fossero eccessive rispetto al volume
degli scambi. Insomma, l’andamento dei prezzi diventa un
indicatore per stabilire il livello delle emissioni successive,
la cui crescita dovrebbe essere geometrica, come la crescita
della ricchezza complessiva del sistema. Altro strumento di
controllo potrebbe essere quello del livello del costo della
gestione dei conti, o dell’imposizione di un costo sulle singole
transazioni, che provocherebbe una riduzione della velocità di
circolazione dei titoli se questa dovesse generare inflazione.
BE è un organo tecnico e non politico. La sua decisione sul
livello di finanziamenti emettibili, non comporta alcuna scelta
sul tipo di investimento da effettuare che, a parità di
condizioni, deve essere deciso dall’associazione con forme di
democrazia diretta.
I soci avrebbero la possibilità di trasferire tutte le proprie
attività nel sistema e di vivere con i proventi di essa.
Ovviamente è necessario che nelle filiere di produzione ci siano
aziende che vendano un po’ di tutto. E’ essenziale che
nell’associazione ci siano aziende che vendano alimentare, e
penso alle aziende del consumo equo e solidale, ma anche
supermercati di tipo tradizionale. In questo modo, chi sta
dentro il sistema può soddisfare i propri consumi e le proprie
necessità di lavoro e di espressione all’interno della comunità
e avrebbe bisogno di pochissimo per i consumi esterni (che
consistono in tasse, energia, e telefonia se non si coinvolge
qualche impresa che vende questi prodotti nell’associazione).
Una filiera di produzione è in genere abbastanza complicata.
Essa comprende, non solo le innumerevoli aziende di produzione,
ma anche quelle di stoccaggio, di trasporto, di distribuzione ai
vari livelli e di vendita. Insomma, un numero sorprendentemente
(per chi non le conosce) elevato di persone e di aziende. Se
fino al secolo scorso, il prodotto agricolo aveva necessità di
pochissimi addetti tra l’inizio della produzione ed il prodotto
finale, oggi essi sono un numero enorme, che svaria dalle
aziende di produzione di sementi, a quelle di allevamento e di
agricoltura vere e proprie, ai trasporti dei prodotti verso gli
stabilimenti, alla lavorazione delle materie prime (grano, soia,
mais, zucchero eccetera), alla distribuzione del prodotto
confezionato, alle aziende che producono pacchi e pacchetti, a
quelle che producono le macchine per confezionare, alle società
di marketing, alle aziende di pubblicità, all’immagazzinamento e
stoccaggio, che per il “fresco” è particolarmente complesso
poiché si avvale di frigoriferi, all’energia necessaria per far
funzionare tutto ciò, ai telefoni, computer, posta ed altro
necessario per le intermediazioni, ai mediatori, eccetera,
eccetera. Basta riflettere un momento per vedere quante aziende
coinvolge anche la filiera più modesta dal punto di vista
tecnologico.
La prospettiva dei soci di ricevere RdC per i propri consumi
essenziali è indubbiamente attraente. È chiaro che il tasso
negativo non consente di effettuare risparmio in senso
tradizionale. Allo stesso tempo, però, si può partecipare come
soci, alle iniziative proposte che hanno bisogno di garanzie
aggiunte a quelle che i promotori sono in grado di fornire. In
quel caso, il capitale investito diventa di nuovo nominale e
smette di perdere “valore” con il decorso del tempo,
trasformandosi in una sorta di risparmio assoggettato al rischio
di impresa. E poi, chi l’ha detto che il risparmio è necessario
per vivere? Se si tratta di raccogliere fondi per un’iniziativa,
ci si rivolge alla BE e si formula una proposta, se si tratta di
fare i soldi per una vacanza, non sarà certo il 5% all’anno di
tasso negativo ad impedircelo.
Le imprese già costituite che partecipano all’associazione hanno
il vantaggio di potere smerciare i propri prodotti e far girare
velocemente il capitale. Non ha alcuna importanza che esse
vogliano ideologicamente abbandonare la logica del profitto, non
serve. Esse hanno interesse a partecipare perché l’associazione
gli consente di muovere le merci e fare produzione senza subire
perdite, anzi guadagnando molto. Ho messo sopra il ragionamento
tipico del negoziante di fronte alla prospettiva di poter
moltiplicare il proprio fatturato a fronte di un piccolo sconto
sulle merci che vende. Lo stesso ragionamento vale per le altre
imprese che partecipassero all’iniziativa e dopo qualche tempo,
molte imprese chiederebbero di entrare nell’associazione per
poterne usufruire dei benefici.
Le imprese che sono costituite con i finanziamenti di BE,
avrebbero un grande vantaggio. Infatti esse devono impegnarsi
alla restituzione del solo capitale ricevuto e non degli
interessi e non sarebbero quindi, costrette alla ricerca del
profitto immediato per non morire. Per alcune imprese, inoltre,
la restituzione del capitale non sarebbe neppure richiesta,
poiché alla fine il capitale di esercizio sarebbe onorato dai
membri dell’associazione. Questo porterebbe, però, ad una
riduzione della somma a titolo di RdC.
È possibile che non appena l’iniziativa prenda piede, anche
alcuni enti locali territoriali, Comuni o Province, decidano di
effettuare emissioni di Titan per le proprie iniziative. Questi
titoli potrebbero benissimo circolare insieme a quelli di BE, ma
sarebbe necessario aprire vertenze nei confronti dei Comuni
perché adottassero la medesima destinazione a RdC per i proventi
che essi avrebbero dall’iniziativa. In ogni caso, per il sistema
finanziario sarebbe un colpo terribile. La logica del capitale
finanziario è la crescita ininterrotta, e il meccanismo dei
Titan sottrae ad esso risorse umane e materiali, ed in misura
geometrica. A differenza delle monete alternative, come i Simec,
che hanno una circolazione limitata al territorio, la F.A.Z.
potrebbe coinvolgere l’intero sistema produttivo nel giro di
qualche anno. E’ presumibile che quindi, il potere finanziario
reagisca in maniera dura cercando di bloccare l’iniziativa con
tutti i mezzi, legali e non. Dal punto di vista giuridico
l’operazione è inattaccabile. Il prestito obbligazionario è una
figura disciplinata dal codice civile, il livello del tasso è
determinato dal CdA e la quantità di emissioni sono
proporzionali al capitale, ma poiché il tasso negativo
presuppone la completa estinzione dei titoli, ed il loro
ripianamento da parte dei soci, nessuno può impedire alla BE di
emetterne a suo piacimento. Lo stesso ragionamento vale per gli
enti locali. Il fatto che i Titan vengano usati come moneta non
è vietato da nessuna legge. A parte il fatto che posso
tranquillamente comprare casa con i BOT, e che i titoli di
debito sono considerati denaro a tutti gli effetti, nulla mi
impedisce di comprare un telefonino dando in cambio una coperta
di lana, una pila di libri, un assegno post datato o un Titan,
sempre che il venditore lo accetti e sempre che sia consapevole
del “valore” di quello che riceve in cambio. D’altra parte per
aderire all’associazione è necessario accettarne le premesse che
mettono ben in evidenza la natura dei Titan e l’impegno ad
accettarli come mezzi di pagamento.
Quale beneficio per il movimento? Il solo fatto che si prefiguri
in concreto un modo di vivere diverso da quello della società
del profitto è una grande rivoluzione. Attraverso questi
strumenti si possono aggregare forze considerevoli in breve
tempo, per fare informazione libera, per far crescere il
biologico in agricoltura, per fare ricerca e produzione di fonti
energetiche alternative al petrolio, per fare case decenti per
tutti, per liberare un numero crescente di persone. Non è la
pietra filosofale e il tasso negativo non risolve tutti i
problemi. Come diceva Marx, le relazioni economiche riflettono i
rapporti sociali. E’ esattamente quello che dobbiamo fare.
Smetterla di vivere nell’incubo della riproduzione del capitale
e cominciare a vivere secondo il nostro modo di vivere i
rapporti sociali. Il tasso negativo, però, indica una via ed è
il caso di imboccarla rapidamente. Perché se funziona, e non si
vede la ragione per cui non dovrebbe funzionare, riusciremo in
maniera concreta ad introdurre nel mondo e nella testa della
gente un diverso concetto di ricchezza e di vita. E se non
sbaglio è proprio questo l’obiettivo di tutti.
Autore:
Domenico de Simone, controeconomista, autore di tre saggi di
economia alternativa, “Un milione al mese a tutti subito”
(1999), Dove andrà a finire l’economia dei ricchi (2001), Per
un’economia dal volto Umano (2002), edizioni Malatempora
http://www.malatempora.com/.
Il sito di de Simone è all’indirizzo
http://it.geocities.com/domenicods
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