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L’economia di Godot
Basta con le chiacchiere, si passa all'azione
Anno di pubblicazione: 2003 - © Di Domenico de Simone per Nuovi Mondi Media / Information Guerrilla
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Le previsioni più pessimistiche parlavano di una ripresa certa per
la metà del 2003 e adesso invece scopriamo che va sempre peggio. Com’è
possibile? Il denaro costa sempre meno, il pericolo terrorismo è passato
o quasi, la guerra è stata fatta e per qualche mese non se ne parla,
persino la SARS è scomparsa dai telegiornali, e le cose vanno male? E
gli economisti che l’anno scorso dicevano che la ripresa sarebbe
iniziata quest’anno che dicono? E quelli che nel 2001 dicevano che
sarebbe iniziata nel 2002 che fanno? E poi quelli che nel 2000 giuravano
sulle magnifiche sorti e progressive del capitalismo a partire dall’anno
successivo dove stanno?".
Accendendo la televisione o leggendo un giornale, capita di scoprire
che il misterioso filo del tempo regolatore di tutte le cose, lega tra
loro immagini ed eventi apparentemente diversissimi.
Quando arriverà la ripresa? - chiese ansiosamente l’anchorman (o
woman) impomatato all’illuminato esperto di economia onusto di gloria e
di cerone che sedeva impettito nella poltrona riservata agli ospiti
illustri, durante una brillante puntata di un talk show paraserioso di
gran moda quell’inverno. Egli respirò profondamente come se raccogliesse
delle idee ed elaborasse nella sua mente sublime chissà quali complesse
analisi (irraggiungibili dai comuni mortali), e poi, guardando il suo
uditorio stupefatto da tanta scienza esclamò con piglio deciso: - Ma
l’anno prossimo, con ogni probabilità! - L’anchorwoman (o man) tirò un
sospiro di sollievo che fu accompagnato dall’applauso liberatore
levatosi dal pubblico felice e soddisfatto.
Scosse dagli applausi, le medaglie al valore economico (ovvero i
contratti di consulenza con i maggiori istituti finanziari),
tintinnavano sul petto orgoglioso dell’illustre cattedratico.
“Il signor Godot mi manda per dirvi che oggi non può venire, ma che
certamente arriverà domani”, disse il ragazzo tutto di un fiato a Didi e
Gogo che lo guardavano speranzosi, tirando anch’essi un sospiro di
sollievo.
ià, domani, come la ripresa economica. E oggi? Aspettiamo, tanto
domani è vicino e se avete fame niente paura, basta fare un debituccio
con la banca più vicina tanto i soldi ve li regalano o quasi. E quelli
che non possono fare un debito perché magari stanno senza stipendio
fisso? Ah che noia, ma quelli non esistono nemmeno. Questa è una società
in cui conta (e ha diritto di vivere) solo chi ha la fiducia della
banca, o non l’avevate ancora capito?
Meno male che nel flash successivo (dopo la pubblicità) un celebrato
campione del pallone ci tranquillizza pure lui, assicurando che “alla
fine del primo tempo arriverà la ripresa e la squadra andrà molto
meglio”. Ma perché questo primo tempo non finisce mai, l’arbitro quando
fischia?
Arriva l’estate e puntualmente arrivano le cattive notizie
sull’andamento dell’economia. Vi chiederete il perché le cattive notizie
debbano arrivare d’estate. La ragione è semplice: d’estate la gente non
c’è, fa caldo, pensa alle ferie, cerca i soldi per andare in vacanza (se
può), e quindi tutto passa in secondo ordine. Soprattutto, d’estate la
memoria è corta, più che nei lunghi mesi invernali quando un po’ di
tempo per leggere il giornale c’è e chi non ama leggere (in pratica la
grande maggioranza della popolazione) passa le serate davanti alla tv di
MediaStato. Quindi, si possono dire anche le notizie cattive, tanto
saranno in pochi a farci caso.
Qual è la cattiva notizia? Che l’economia va male e che della ripresa
si potrà parlare solo alla fine dell’anno prossimo. Chi prova a fare uno
sforzo di memoria, tra i fumi di questa estate bollente, forse dirà che
in fondo non è proprio una gran notizia questa, poiché si vede che le
cose economiche vanno male; in fondo basta andare a fare la spesa per
trovarsi senza un centesimo dopo aver comprato appena appena
l’essenziale.
Se siete rimasti delusi, allora vi dirò il resto della notizia
cattiva. Ovvero che le cose andranno peggio. Ma come, direte voi, le
previsioni più pessimistiche parlavano di una ripresa certa per la metà
del 2003 e adesso invece scopriamo che va sempre peggio? E com’è
possibile? Il denaro costa sempre meno, il pericolo terrorismo è passato
o quasi, la guerra è stata fatta e per qualche mese non se ne parla,
persino la SARS è scomparsa dai telegiornali e le trasmissioni
televisive sono sempre più affollate di squinziette pronte a mostrare al
volgo e all’inclita le proprie grazie, e le cose vanno male? E gli
economisti che l’anno scorso dicevano che la ripresa sarebbe iniziata
quest’anno che dicono? E quelli che nel 2001 dicevano che sarebbe
iniziata nel 2002 che fanno? E poi quelli che nel 2000 giuravano sulle
magnifiche sorti e progressive del capitalismo a partire dall’anno
successivo dove stanno?
Se volete potete insultarli usando la terminologia del turpiloquio
più in voga nei bassifondi degli angiporti del mondo, ma vi avviso che
sarebbe impresa inutile. Infatti, sono sordi e dotati di una
immarcescibile faccia di bronzo. Perciò, continueranno a calcare le
scene televisive circondati da squinziette prosperose, preceduti da
telenovelas fumose e seguiti da accesi dibattiti sul niente. Ergo l’atto
veramente rivoluzionario è quello di spegnere il televisore e mandarli
tutti a dare via i ciapp come dicono al nord.
Dopodiché vediamo di capire che cosa sta succedendo in Europa. Ah
già, dimenticavo di dirvi che la crisi non è solo italica ma coinvolge
tutta l’Europa, oltre che gli USA, il Giappone, il sud est asiatico, il
sud America, l’Australia e la nuova Zelanda. Del resto del mondo nemmeno
se ne parla, stanno già alla fame da parecchio e se ne sono tutti
dimenticati.
Stephen Roach, capo economista della Morgan Stanley, in una lunga
intervista su Affari & Finanza di questa settimana, ha fatto le sue
previsioni dopo un giro in Europa nel quale ha constatato il pessimismo
diffuso tra gli operatori del vecchio continente sull’andamento
dell’economia (ed aver visto pure le cifre sconfortanti che hanno
determinato quel pessimismo).
In sintesi, quest’anno l’Europa “crescerà” (si fa per dire) dello
0,4% invece del 2 e passa previsto l’anno scorso, e nel 2004, se alla
fine dell’anno ci sarà la sperata ripresa, si arriverà al 2,3% (ma sono
pronto a scommettere che alla fine dell’anno questa previsione sarà già
scesa e a metà dell’anno prossimo sarà ridotta ai decimali). Quest’anno
come l’anno scorso e l’anno prima e quello precedente e così via fino
alla fine degli anni ottanta, da quando cioè la crisi del Messico e poi
quella del Giappone non hanno risvegliato i fantasmi della deflazione e
della stagnazione economica.
Intanto il dollaro continua a scendere rispetto all’euro e la
faccenda sta mettendo in difficoltà sia le imprese che esportavano negli
USA che la gente comune, visto che ormai un euro equivale a mille delle
vecchie lirette quanto a potere d’acquisto. Questo è l’aspetto
peggiorativo della situazione, visto che la conseguenza è un ulteriore
calo dei consumi e lo spettro della deflazione che si fa sempre più
consistente nei paesi del vecchio continente. La prospettiva è al
massimo una nuova ondata speculativa di borsa, dopo tre anni di
drammatiche cadute, non appena fosse scorto un barlume di ripresa. Ma le
previsioni dei più sono per un’ulteriore caduta dei corsi, con il DJ
fino a 7.500 ed il Nasdaq a 1200 (oggi stanno rispettivamente a 9000 e
1600 punti).
Lo scenario è desolante e preoccupante ma la cosa più assurda è che
le aziende hanno una grande capacità produttiva che sfruttano solo in
parte a causa della crisi. Insomma, abbiamo prodotto troppo e dobbiamo
morire di fame, come scrisse Joaquim Bochaca tanti anni fa. C’è qualcosa
di più assurdo di questo? Già la gente non ha soldi, e non solo in
Italia, ma in tutto il mondo. Tranne i soliti ricchi che ne hanno sempre
di più, la maggior parte della gente ha sempre più difficoltà ad
arrivare alla fine del mese. Vi chiederete com’è possibile che con la
deflazione alle porte i prezzi salgano invece di scendere. La
deflazione, infatti, consiste proprio in una caduta generale dei prezzi
alla produzione. Questo, però non comporta affatto una corrispondente
discesa dei prezzi al dettaglio. Infatti, se la caduta dei prezzi è
determinata proprio dalla debolezza della domanda complessiva di beni, e
questo induce la maggior parte delle imprese ad abbassare i prezzi per
cercare di vendere di più, a livello locale molti commercianti
reagiscono alla debolezza della domanda alzando i prezzi, poiché contano
sulla necessità della gente di acquistare determinati generi per
sopravvivere. Insomma, la vecchia storia dei fornai di manzoniana
memoria. Chi sta in difficoltà, taglia prima le spese superflue e poi
quelle necessarie, cercando comunque di salvare l’indispensabile anche
se riducono un po’ i consumi (ovvero la spesa alimentare, il vestiario
non di lusso, l’affitto, l’energia e tutto quello che è indispensabile
per sopravvivere). D’altra parte al di sotto di una certa soglia i
consumi indispensabili sono incomprimibili (è evidente che si può
saltare la vacanza ma non si può non fare la spesa), e quindi i
commercianti ne approfittano ben sapendo che per certi prodotti la
domanda non può scendere al di sotto di un determinato livello. Di qui
lo “strano” fenomeno per cui in piena deflazione certi prezzi salgono
con relativo codazzo di polemiche nei confronti persino dell’Istat, e la
conseguenza evidente, che tranne i soliti privilegiati, la gente ha
sempre meno soldi.
E la ripresa, allora, arriverà domani, visto che senza soldi la
domanda non può ripartire e senza la domanda non si va da nessuna parte.
Sembra proprio che l’arbitro se lo sia ingoiato il fischietto.
E allora che si fa? Si aspetta il Giappone o
l’Argentina, ovvero la stagnazione da quindici anni o il crollo del
sistema finanziario, per provare a fare qualcosa di nuovo o di diverso,
o c’è una maniera per uscire da questo buco in cui ci hanno cacciati e
cambiare questa società? E’ proprio quello che sosteniamo e che stiamo
provando a fare noi di openeconomy (www.open-economy.org):
che è possibile, ora e subito, fare un sistema diverso di creazione di
ricchezza che parta dal presupposto che essa non è l’accumulazione del
capitale ma ciò che rende migliore la vita, la società e l’ambiente,
ovvero proprio ciò che oggi è considerato un costo e non ricchezza.
Vogliamo costruire una FAZ, una Zona di Autonomia Finanziaria, liberata
dal potere soffocante del denaro delle banche, degli USA e dei poteri
centrali, per fare un nostro denaro, una nostra produzione, una nostra
società. La sfida è possibile, e subito, perché oggi è la nostra vita, e
la logica del domani appartiene a Godot ed alla sua economia del potere.
E domani non verrà mai, appunto.
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