|
Falsa cattura: Saddam venduto agli Usa, era prigioniero
Anno di pubblicazione: 2004 - © di Giulietto Chiesa. Da
www.articolo21.com
Stupisce, o dovrebbe stupire, la dabbenaggine di gran
parte degl’inviati al fronte, e dei commentatori rimasti in patria, di
fronte alle immagini della cosiddetta “cattura” di Saddam Hussein.
Tutti, o quasi tutti, così stabilmente embedded da restituirci
fedelmente e del tutto acriticamente la versione loro offerta, già
confezionata dai servizi segreti statunitensi. (segue)
Aprire il pacco sarebbe stato molto più interessante
che tenerlo chiuso, anche per i lettori, ma evidentemente l’idea di
folclore che domina al Pentagono è ormai considerata l’unica praticabile
anche in Italia dove, del resto, ormai si festeggia Halloween invece del
carnevale e tra non molto diventerà festa nazionale anche quella del
Ringraziamento.
Resterà negli annali della credulità la valigetta con
i 750mila dollari trovata accanto al “nascondiglio”, la pistola alla
cintura del catturato, la misteriosa nebbia in cui sono sparite, nei
racconti, le sue due (?) guardie del corpo. E tantissimi altri dettagli.
Ma uno non sarebbe sfuggito, se non fossero stati
tutti embedded: colui che è stato catturato era un prigioniero. Ed era
un prigioniero da diverso tempo. Di chi non sappiamo, probabilmente dei
curdi, o di qualcuno che, comunque, ha fatto i suoi calcoli e ha
condotto una trattativa con gli occupanti statunitensi, fino a che -
dopo essersi assicurato che la taglia di 25 milioni di dollari era stata
pagata in qualche banca svizzera, e dopo averla ritirata - lo ha
consegnato al signor Bremer.
Che Saddam fosse prigioniero da diverso tempo lo
dicono le condizioni in cui è stato trovato. Lo dice il nascondiglio
catacombale che poteva aprirsi solo dall’esterno, lo dice la sporcizia
(perché mai non avrebbe dovuto lavarsi, o pettinarsi?), lo dicono i
graffi sul volto. Abbiamo visto un prigioniero, che era trattato anche
piuttosto male, e - dati gli avanzi di cibo trovati nella casupola -
anche nutrito piuttosto male. Per uno che aveva a disposizione 750 mila
dollari in contanti e in banconote di piccolo taglio non è spiegabile.
Ma questa circostanza è di decisiva importanza per
capire una quantità di altre cose e il non averla descritta potrebbe non
essere stato una distrazione. L’obiettivo mediatico numero uno era di
far respirare la popolarità declinante di Bush e della sua guerra. Ed è
stato raggiunto con immediata facilità. Agli occhi di due miliardi di
persone è stata fatta balenare l’idea che, tolto di mezzo Saddam, la
resistenza sarebbe stata decapitata, la guerra sarebbe finita, e tutti i
piani di Washington sarebbero andati in porto. Respiro di sollievo.
Questa idea non avrebbe potuto funzionare, invece, se
Saddam fosse stato descritto per quello che era, cioè per un
prigioniero. Se infatti Saddam Hussein era prigioniero, egli non poteva
essere la mente della resistenza armata. Non poteva dirigerla, tanto
meno finanziarla. Del resto questa circostanza non ha potuto essere
taciuta. Il suo stato psico-fisico era evidentemente troppo depresso per
assegnargli un ruolo in quel senso. E non si può guidare una lotta
armata senza nemmeno un telefono cellulare.
Lasciando dunque da parte l’imbecillità dei
giornalisti e dei direttori di giornali che si sono fatti menare per il
naso, e la disonestà di coloro che, avendo mangiato la foglia, hanno
fatto finta di non vedere, occorre tornare all’analisi dei fatti.
La prima conclusione da trarre, dunque, è che la
cattura di Saddam Hussein non farà fermare la guerriglia e il terrorismo
sul territorio iracheno. Il centro o i centri di comando erano da tempo,
se non da subito, sotto altra guida. Il decentramento dei depositi di
armi e di munizioni, i loro nascondigli, tutte cose probabilmente decise
da Saddam Hussein prima dell’attacco americano, continuano a funzionare.
Il modo umiliante come è stata gestita la cattura nei confronti
degl’iracheni potrà avere reso felici i molti nemici di Saddam Hussein
in Iraq, ma ha sicuramente fatto infuriare ancor di più i suoi non pochi
amici in patria e i milioni di arabi all’estero. Come riconoscono
perfino autorevoli osservatori statunitensi, l’ostilità del mondo arabo
verso gli occupanti non è sicuramente diminuito.
Non c’è dunque ragione per alcun sospiro di sollievo.
La tregua è stata e sarà soltanto virtuale. Lo stillicidio di morti
americane continua. L’offensiva delle truppe di Bush e una loro maggiore
accortezza difensiva, ha soltanto prodotto un intensificarsi degli
attacchi contro le forze di polizia irachene. Ai primi segnali di
inevitabile rallentamento delle operazioni di stanamento della
guerriglia, gli attentati contro le truppe anglo-americane e contro i
consiglieri civili stranieri riprenderanno con feroce vigore.
Il problema dell’uscita degli americani entro un
termine e con modalità che non siano nocive o catastrofiche per la
rielezione di George Bush rimane per il momento irrisolto.
Anche il campo di battaglia di Washington non è
affatto tranquillo. Grandi manovre sono in corso. Papà Bush è andato in
soccorso del figlio mandandogli il suo fedele consigliere James Baker a
gestire un po’ meglio i problemi della cosiddetta “ricostruzione”. Ma i
falchi del Pnac che circondano il presidente, che gli scrivono i
discorsi, che lo guidano dove vogliono, continuano a sabotare
energicamente ogni via d’uscita “onorevole” e ogni tentativo di
ricostruire una qualche forma di dialogo interatlantico.
Tutti coloro che non hanno partecipato alla guerra
restano esclusi dal banchetto dei vincitori. E, mentre Baker arriva, il
sottosegretario alla difesa Paul Wolfowitz emette un violento e
offensivo discorso che ribadisce la ferma determinazione
dell’amministrazione di non permettere a nessuno degli alleati riottosi
nemmeno di partecipare alle aste americane per le “concessioni”. Dice
Wolfowitz che «limitare la competizione per i contratti incoraggerà
l’espansione della cooperazione internazionale in Iraq e negli sforzi
futuri». In altri termini: chi non manda truppe non avrà favori. Ma è
quell’accenno agli «sforzi futuri» che ho appena sottolineato a
sollevare inquietanti interrogativi. Non solo la fazione di Wolfowitz
non desidera alcuna “riconciliazione” con gli alleati europei Francia,
Germania e Russia, ma annuncia che si procederà oltre. Dunque sono tutti
avvertiti: l’esperimento iracheno deve servire di lezione. In futuro si
procederà nello stesso modo e, quindi, tutti devono rifare i loro
calcoli mentre si prepara la prossima guerra. In altri termini, mentre
un pezzo dell’amministrazione di George Bush padre sta cercando di
tessere qualche filo che riduca l’isolamento americano, un pezzo
decisivo dell’amministrazione di George Bush figlio si preoccupa di
tagliare quegli stessi fili.
Quanto al significato degli «sforzi futuri» di cui
parla Wolfowitz non c’è da esercitare molta fantasia. Durante l’estate,
e nel pieno della controffensiva della guerriglia irachena e del
terrorismo contro le truppe anglo-americane - rivela Paul Krugman sul
New York Times - alcuni alti funzionari del Pentagono agli ordini di
Douglas Feith, sottosegretario alla difesa per la pianificazione, hanno
intavolato trattative segrete con «iraniani dalla dubbia reputazione».
Dunque non solo le traversie irachene non stanno
modificando la linea dei falchi di Washington, ma tutto lascia pensare
che sia in corso la preparazione di «sforzi futuri», cioè di un
rilancio. Il che conferma che costoro non sono affatto preoccupati della
destabilizzazione crescente in tutto il Medio Oriente e nelle aree
circostanti, e intendono dunque accentuarla, aggravarla, moltiplicarla.
Non è a un nuovo ordine che essi si accingono, ma a un prolungato e
crescente disordine. Condizione essenziale per moltiplicare la paura e
per intensificare il riarmo in tutte le direzioni. Poiché si preparano
per guerre ben più impegnative delle tre prove sperimentali fino a qui
realizzate.
INVIA QUESTA NOTIZIA AD UN AMICO 
|