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Lingua blu, il killer è un vaccino: "Fermate la strage di pecore"
Gli allevatori denunciano: il virus diffuso da un medicinale prodotto in
Sudafrica e imposto dal governo. E' un disastro.
Parte una commissione d'inchiesta, ma la campagna prosegue.
L'operazione è stata imposta da Roma che non sa fermarla.
Anno di pubblicazione: 2004 - © di Paolo Rumiz. Da "La Repubblica" (27 novembre 2003)
La storia del maledetto imbroglio comincia nel 2000,
sotto il governo Amato. Ci sono 200 miliardi da spendere a fine
legislatura e qualcuno propone di usarli contro la lingua blu, un morbo
degli ovini appena sbarcato in Italia. L'Istituto zooprofilattico di
Teramo, centro di riferimento per le malattie esotiche, insiste per una
mega-campagna di vaccinazioni. Ma molti sono contrari. L'unico farmaco
disponibile è vecchio del '47 e viene dal Sudafrica. Contenendo virus
vivi coltivati su linee cellulari, può importare malattie sconosciute e
incontrollabili.
Romano Marabelli, capo della veterinaria ministeriale
e dell'Organizzazione mondiale che studia le epidemie animali, è
perplesso. Molti Paesi colpiti non usano il farmaco. Stati Uniti,
Australia, Grecia, Portogallo lasciano che le bestie si immunizzino da
sole.
Anche a Bruxelles non sono convinti. Non è un allarme
grave come Mucca pazza, dicono. Ma a Roma sono lanciatissimi, vogliono
diventare l'antemurale contro la malattia, convincono il comitato
veterinario di Bruxelles. Così, la Ue consente all'Italia di partire con
procedura d'urgenza.
La blindatura - Il farmaco non è registrato in
Europa, dove non ha passato collaudi né controlli di sicurezza. Non è
andato al vaglio di esperti esterni, non ha avuto l'ok dell'Agenzia
medica europea (Emea) e della commissione Ue. Non ha passato, cioè, la
trafila cui i produttori devono sempre sottoporre ogni nuovo farmaco.
Mai come in questo caso si dovrebbe chiamare in causa l'Istituto
superiore della sanità. Ma il governo ignora il ruolo di supervisione
dell'Iss.
Ora c'è Berlusconi, e un nuovo ministro della sanità,
Girolamo Sirchia. Il quale affida a Teramo tutti i controlli e le
indagini scientifiche. E quando lo stesso istituto vince anche la gara
per l'importazione dei vaccini e della tecnologia di produzione, si crea
una situazione abnorme. Lo stesso soggetto importa il farmaco, lo
elabora, lo verifica, lo distribuisce e ne studia gli effetti.
Forte di poteri assoluti, Teramo blocca la
movimentazione degli animali vivi in mezzo Centro-Sud, dove la malattia
si è manifestata, e ordina di partire a tappeto. Già che c'è, fa
vaccinare i bovini, portatori sani del morbo, che nessuno al mondo aveva
mai trattato prima. Sorgono nuovi dubbi. Ma l'istituto preme.
Tranquilli, dice, abbiamo fatto i nostri test. La direzione dei servizi
veterinari si fa convincere. Poi si saprà che le prove erano state fatte
appena su 21 bovini e 6 pecore.
Il triangolo - Il gioco è tutto dentro Alleanza
Nazionale. C'è il ministro Alemanno all'Agricoltura. C'è il
sottosegretario Cesare Cursi ai Servizi veterinari. E c'è Vincenzo
Caporale, capo dell'Istituto di Teramo, uno che da ambienti Pci è finito
in quota An dopo un'epica circumnavigazione per casa-Craxi e Forza
Italia. Guida istituzioni importanti: l'anagrafe bovina (peraltro
fallita al Sud), il Centro epidemiologie, il Comitato di controllo delle
diossine.
E quando Alemanno, su invito dell'Ue, istituisce una
commissione per quantificare i prevedibili danni indiretti (mancata
vendita di animali) dell'operazione, e vi mette al vertice (per 150 mila
euro l'anno) il suo capo-dipartimento Giuseppe Ambrosio, costui disegna
una griglia di rilevamento-danni così stretta che gli effetti
collaterali del vaccino sono destinati, in partenza, ad apparire
limitatissimi. Se animali morti ci saranno, insomma, sarà quasi sempre
per altre cause. Ormai, l'operazione è criptata.
Gli errori - Nel gennaio 2002 si parte. Ma non è una
campagna, è un bombardamento. I veterinari pubblici non bastano, se ne
reclutano altri sul mercato per 20 mila euro a testa in sei mesi. Questi
entrano nelle stalle con disposizioni approssimative, senza istruzioni
per rilevare i danni e per la farmaco-vigilanza, talvolta senza
foglietti illustrativi. Qualcuno usa aghi non sterili, vaccina pecore
gravide, malate o in attesa di accoppiamento.
Ci sono proteste, ma opporsi è un problema. Chi
rifiuta il vaccino resta con la stalla sotto sequestro, impossibilitato
a vendere bestie vive fuori provincia. Tranquilli, promettono a Roma,
durerà poco; quando avremo vaccinato l'80 per cento degli animali,
toglieremo la quarantena. E per fare più in fretta cominciano a produrre
il vaccino in casa, senza permesso. I laboratori di Teramo non sono
autorizzati, ma che importa. C'è l'emergenza.
Il fallimento - A fine campagna si scopre che
qualcosa non va. Se ne accorge la Sardegna, poi l'Abruzzo. Le pecore
continuano a morire. Ma la vera novità è che si ammalano i bovini. Gli
allevatori denunciano morìe, aborti, perdite di latte, caduta di
fertilità, dimagramenti. Le più malconce sono proprio le bestie
vaccinate.
Non resta che mantenere la quarantena. Per tutti,
sani e malati. Il prezzo della carne crolla, un animale vale ormai meno
delle spese di macellazione. "Chi ci paga?", chiedono gli allevatori.
Nessuno, è la risposta, i danni non dipendono dal vaccino. Alcune Asl
rifiutano di raccogliere le orecchie delle bestie morte, o di spedire
gli organi malati a Teramo. Per non demolire il teorema zoppo, nessuno
quantifica il disastro, nonostante l'Europa abbia i soldi pronti per
coprirlo.
La paura - No, niente soldi per i poveri cristi. Sono
altri a guadagnarci sopra. I produttori del vaccino, Teramo, i
veterinari, la commissione ministeriale, i commercianti che comprano
carne a zero lire, i grandi produttori che pagano meno la polpetta. Ci
guadagna anche la criminalità. In zona blue tongue, un vitello anche
sano è una perdita tale che l'allevatore deve abbatterlo subito o
venderlo per 20 euro alla camorra. L'unica che può sdoganarlo da vivo.
La situazione è esplosiva ma non succede ancora niente. Tanti hanno
paura. Sono quelli che temono le visite dei Nas, che nascondono
piastrelle fuori norma, fatturazioni mancate, condizioni igieniche
imperfette, aborti non registrati, bestie malate fatte sparire per
evitare la distruzione del branco. Quelli tacciono e piegano il capo.
Altri si arrangiano. Quando scoprono che le bestie non trattate stanno
meglio delle altre, convincono il veterinario a fare vaccinazioni
fasulle. Così, tutti contenti. Gli animali restano sani, il veterinario
incassa la parcella, il ministero può vantare inflessibilità. C'è
persino chi - come appureranno i giudici a Latina - userà l'ago come
arma politica. Votami, altrimenti ti vaccino sul serio.
La metamorfosi - Ma il peggio deve venire. Il morbo è
un camaleonte, passa gli sbarramenti, innesca una spirale perversa.
Compare un nuovo sierotipo, ma Teramo gli contrappone un farmaco ancora
più "pesante". Così, il virus sale verso Nord, devasta greggi, provoca
sterilità, depressioni immunitarie, febbri, perdita della lana,
malformazioni, aborti, carni gelatinose e immangiabili. Anche il latte
diminuisce, ma pochi riescono a farsi verificare i danni.
Le vacche smagriscono come quelle del Sahel, spesso
non si fanno ingravidare, alcune muoiono d'infarto. I focolai blue
tongue diminuiscono, ma la circolazione virale resta altissima, si
allarga a zone montane, di solito immuni. Il mercato chiede carne ma
sono proprio le Asl del Nord a rifiutare come infette le bestie
vaccinate dalle zelanti consorelle del Centro-Sud. Mezzo Paese è in
quarantena. Ormai, l'ipotesi che sia proprio l'animale vaccinato a
diffondere malattie comincia a farsi strada.
La rivolta - Cresce il fronte del "no", Alemanno è
contestato anche dai suoi di An. Il ministro Sirchia è costretto a
istituire una commissione. Ma questa, in assenza di denunce formali,
avalla l'operazione senza visitare nemmeno una stalla. Pare un Vajont.
Tutti conoscono la frana che s'è messa in moto, ma nessuno dice "alt,
vediamo che succede". E quando lo zooprofilattico di Sassari propone di
studiare seriamente la diffusione della malattia, la Sanità fa ancora
muro.
Solo Teramo, ribadisce, è autorizzata a metterci
mano. Le energie scientifiche del Paese sono ignorate, il controllato
continua a controllare se stesso. E l'Italia insiste a vaccinare al
buio. Ma ormai è guerra. In luglio, alla Camera dei deputati, il
direttore dell'istituto viene aggredito da rivoltosi. Poco dopo, gli
stessi organizzano un convegno sul tema e invitano numerosi esperti.
Questi accettano, ma molti poi disertano all'ultimo minuto. "Li hanno
convinti a tacere", ringhiano gli allevatori.
Il bubbone - Ma il muro del silenzio si rompe. Quando
la provincia dell'Aquila, in assenza di focolai, viene obbligata alla
vaccinazione col solito risultato di morìe e aborti, il Tar dà ragione
ai danneggiati. La giunta regionale campana chiede a Teramo di
verificare la situazione in tempi brevi. E quando in Sardegna viene
isolato un nuovo sierotipo, lo zooprofilattico Toscana-Lazio tra le
conclusioni. La malattia si diffonde, al 90 per cento, proprio col virus
contenuto nel vaccino.
Ma a novembre la Sanità, anziché prendere atto del
fallimento, mostra ancora i muscoli. Ordina milioni di dosi di un terzo
vaccino, più potente ancora. Poi, a un convegno internazionale dell'Oie,
l'Organismo mondiale che studia le epidemie, celebra il suo trionfo,
dichiarando che i danni registrati sono stati accettabili. Ma è una
verità di carta. Il disastro galoppa.
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