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Chi sono io per lui

Tutti diversamente uguali

Anno di pubblicazione: 2006 - di Andrea Lombardi

 

Chi sono, chi sono io per lui! Uno che passa, fa due carezze, tre sorrisi e un regalo… poi se ne va!

Forse é relativamente Male e relativamente Bene, essere una delle più vecchie tribù indigene del Brasile chiamata Ticuna, essere emarginato in un angolo di selva e parlare solamente un incomprensibile idioma indigeno.

Forse è relativamente Male perché in effetti hai quasi tutto per sostentarti: carne che corre libera nella foresta ansiosa d’essere catturata, pesce forse non così rigoglioso come un tempo ma sempre esageratamente presente nel Rio Solimões (fiume che si unisce al Rio Negro formando l’immenso Rio delle Amazzoni) e frutta di tutti i colori, sapori e forme!

Forse è relativamente Bene perché se hai qualche malattia hai ben poco per curarti, praticamente nulla tranne “infusi magici” di erbe, impossibili da trovare senza l’occhio indio e inutili da usare senza un corpo indio. Relativamente Bene perché per bere acqua potabile bisogna attendere le piogge o il lento gocciolare di una linfa dissetante presente nella liana chiamata unghia di gatto, altrimenti bisogna adeguarsi all’acqua degli igarapè (affluenti interni), con una massiccia presenza di minuscoli vermicelli infettivi difficili da espellere per le deboli immunità degli esuli corpicini dei bambini. Per di più uno degli alimenti principali della loro dieta è la farinha di manioca, molto più simile a sassolini che ad un elemento sostanziale della pizza; pseudo farina che grazie all’inquinata acqua deglutita dai piccoli, rifermenta nello stomaco ingrandendosi a dismisura e fornendo una sensazione di sazietà agli infanti, una pienezza nutrizionalmente paragonabile al niente!

Quella pancetta tanto prospera e rotonda non è un occidentale soprappeso alimentare, ma farina rifermentata ed acqua inquinata!

Credo che queste nozioni siano già sufficienti per definire impossibile una nostra vita in un villaggio indigeno, con i nostri vizi e le abitudini; ma provate solamente ad immaginare quanto possa essere ancor più eccessivo e pesante tutto questo “forse bene o forse male”, quando non lo si vive da salubre indigeno, ma da recluso handicappato. Provate solo ad immaginare!

Si chiama Ornaldo ed é visto dalla propria famiglia come un errore della natura, incapaci di capire il perché, forse solamente incapaci di domandarselo; lo lasciano segregato in casa, con la porta barricata da una vergogna forte come la loro ignoranza. Una non conoscenza data principalmente dalla distanza, abitano a più di mille chilometri dalla società più sviluppata e non possono riconoscere un male chiamato Distrofia Muscolare… però dovrebbero riconoscere il proprio figlio come tale! Con fare delicato mi avvicino, lo osservo e gli porgo la mano… lui, a differenza degli altri indigeni… mi sorride.

Chi sono io per lui che al massimo gli posso regalare quattro ore di non solitudine; che posso fare per evitare che Ornaldo guardi solo a distanza tutti i bambini che giocano con Tonj. Viene visto come un diverso dai diversi, un diverso fra i diversi, quello che indistintamente siamo tutti noi. Viene visto così dagli indigeni Ticuna perché chi non sa cacciare carne che corre o pescare nel Rio Solimões o coltivare migliaia di colori, sapori e forme di frutta… é fuori!

Gli abbiamo regalato un rosario come un semplice bracciale ed un pacchetto di fazzoletti “coop”, gli stessi che avevo utilizzato per asciugargli la incessante saliva che colava copiosa dalla bocca fino alla nera maglietta. Ornaldo, finché sarò qui troverò ogni attimo per farti sorridere, per farti sentire solamente un po’ più Ticuna... meno diverso fra diversi.

Sono disteso sopra le tavole di legno che pavimentano la baracca d'una famiglia Ticuna, una delle tante famiglie che formano il secondo nucleo più numeroso delle popolazioni indigene nella zona dell’alto Rio Solimões con circa 15.000 indios all’attivo, subito dopo gli indigeni Guarani con circa 20.000. Sicuramente la parola “circa” non è degna di articoli giornalistici, ma quando si parla di Amazzonia, di popolazioni che vivono all’interno della selva, è molto difficile trovare numeri sufficientemente stabili... anche questo fa parte della poesia di questi luoghi non luoghi!

Una lingua, quella Ticuna, della quale ancora oggi non si consegue una traduzione completa, che udita all’orecchio appare come un festival di versacci e lamenti, ma che annovera fra i pochi libri scritti, un “Pinocchio all’italiana” che è arrivato fin qui per far sognare anche i più piccoli indigeni del javarì. Un idioma molto più vicino al verseggiare d’una scimmia che al conversare umano, d'altronde anche fisicamente puoi riscontrare similarità molto marcate che ricordano i primati: mandibola pronunciata come il petto sempre tronfio, glutei anch’essi accentuati verso l’esterno con la schiena molto ricurva ed eretta… talaltro una postura che ogni fisioterapista consiglierebbe.

Sono disteso e osservo fra le fessure del pavimento, l'acqua che scorre e le galline fradice che corrono sotto la palafitta... piove, piove come non mai quando il cielo si fa una distesa grigia incontaminata, quando i bambini senza mutande, come impazziti corrono sotto il piangere pieno d'un Qualsiasi Dio che benedice la loro incontaminata vita, che di grigio ha ben poco.

Questa mattina Ornaldo ha suonato la chitarra, io consapevole che ogni suo tocco vale più d'un concerto di Santana, lui sorridente perché tutti i bambini giocano davanti la sua baracca... poi si agita, scalpita, tutto storto con le ginocchia si trascina fino all'altra stanza, con forza spodesta un telo blu dove sotto, più radiante che mai, c'é la luce del suo Mondo Fuori: una sedia a rotelle arrugginita, come un filo spinato in Irlanda, stupenda come il suo sguardo quando lo innalzo sul suo bolide ed usciamo a giocare con tutti i diversi, sempre meno diversi, del suo piccolo villaggio indio.

Forse d'ora in poi sarà visto un po’ più uguale... gli ho regalato tre pacchetti di fazzoletti ed un nastro azzurro; lui mi ha fatto piangere con striduli urli di gioia e tonnellate di sorrisi. Gli ho dato un nastro per fargli ricordare i miei occhi azzurri, gli ho donato dei fazzoletti per dimostrare ai suoi genitori, a suo padre che si nasconde per l’imbarazzo, che basta tanto poco per togliere quella cazzo di bava dalla bocca e farlo sentire, nella sua piena intelligenza, meno a disagio… meno diverso fra i diversi! Una sensazione emotiva di fiducia, di rispetto verso il prossimo e verso se stessi, che tutti noi dovremmo cercare. Per quanto siamo simili io e mio padre, tu con tuo fratello o tua madre, due gemelli… siamo tutti indistintamente Diversi, una diversità che improrogabilmente ci unisce, ci rende tutti Uguali… TUTTI DIVERSAMENTE UGUALI… in ogni angolo del mondo!

Ce ne siamo andati e non l'ho salutato nel più classico commiato, ho detto ad un diverso di salutarlo per me. Non ho avuto il coraggio di guardarlo negli occhi mentre salpavo per un altro villaggio indio, ho preferito rimanere un nastro azzurro a cavallo fra la realtà ed un sogno... magari con la speranza di poterlo riabbracciare… un giorno!

 

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