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Parlando dei valori e dei Rom

Anno di pubblicazione: 2007. Di Giangiacomo Morozzo


Nel 476 d.C. l'impero romano cade. Romolo Augusto è ormai deposto. Tuttavia, lenta e silenziosa la decadenza dell'impero era già ad un punto avanzato. Irreversibile. Guerra ed economia rurale avevano fatto di Roma la prima potenza di un territorio oltremodo vasto. Distaccata ormai da questi valori primari, affondava lieve un impero nel tenore di vita che si coltivava di vizi e divertimenti. Di vita quotidiana. Di valori differenti. Il sacco di Roma del 310 d.C. è una data storica: la prima a indicare la punta di un iceberg molto profondo e inevitabile. La necessità primaria di una qualsiasi società, moderna o antica che sia, sono i valori su cui essa poggia. Il variare più o meno caotico di ciascuno di essi comporta eventi, cambiamenti necessari in un tempo che l'uomo chiama Storia. Roma è caduta.

Non serve indagare in maniera approfondita per scoprire alcuni particolari di quello che allora era l'impero più potente del mondo antico: l'avvicinarsi dei popoli barbari ( ovvero, non romani) costrinse Roma ad una necessità più che mai indicativa. Scendere a patti. Una componente antica e di utilità indiscutibile, se non stessimo parlando di quello stesso popolo che colonizzò la maggior parte del mondo conosciuto. Due i legami che strinsero i romani con i barbari: Collaborazione e Tolleranza. Roma si impegnava a cedere territori di confine a queste popolazione barbare in cambio della loro difesa, di aiuto in caso di attacco, e della solenne promessa di non oltrepassare i confini pattuiti. Tuttavia la fama di Roma era il perno della sua ultima resistenza. Finché il timore, o almeno la solennità di Roma albergava nei cuori delle popolazioni barbare la situazione sarebbe potuta rimanere in qualche modo in bilico. Dopotutto, in ogni caso, ogni paura ci porta via con sé. La coscienza di potere e la volontà di queste popolazioni era ghiotta, forse la maggiore di tutti i tempi: sconfiggere il più grande impero che il mondo aveva conosciuto. I patti infatti non durarono a lungo. Affatto. L'impero era una coltre troppo vasta di popolazioni, di sostrati e mercenari ai quali andava a mancare il primo valore necessario per sostenere un impero: l'idea di appartenenza e di appagamento. La fierezza dell'impero romano si era disciolta. A cadere sotto i barbari non fu lo spirito di Roma, ma solo il suo corpo. Appartenere a Roma moveva ragioni non differenti dal denaro e dal profitto. Dal lusso. Dal divertimento di una vita agiata disperatamente ricercata nell'ultima Roma. Così fu che a società diverse vennero sottoposti problemi simili, come trafitti dai propri valori, nel primo e nel secondo caso, nella prima e nell'ultima Roma la storia scrisse conseguenze divergenti. Roma ha sempre avuto popolazioni da affrontare, poiché Roma era da affrontare. Appartenere a questo spirito sociale voleva anche dire possedere valori legati alla guerra. Alla fierezza. All'idea furente di appartenenza a un qualcosa che andava sotto il nome di Caput Mundi. Di generazione in generazione, s'affievoliva una fiamma antica destinata a spegnersi, nel suo solenne ricordo e trionfo. Così come nella sua necessaria fine.

Spero oltremodo di aver reso chiare due idee in principio: la prima, l'importanza legata ai valori di una qualsiasi società in un qualsiasi momento della sua esistenza. La seconda, l'idea che questi valori forgiano all'interno di ciascun uomo che li coltiva in sé. Lampante è l'idea di Impero che difendeva, possedeva, ogni romano fiero di essere tale. Presupporre che la storia si ripeta non è poi così banale. Il Vico, a partire dai ‘corsi e ricorsi storici’ lo andò più che mai a sottolineare. Tuttavia non cerchiamo la storia nei nostri giorni. Pochi sono gli eventi che oggi sapremmo dire necessari alla memoria e che probabilmente un giorno lo saranno o meno. Ma i problemi: questi invece si possono individuare in modi e forme differenti, tutti con lo stesso minimo comune denominatore. L'uomo.
Ecco allora svelare il ripetersi di eventi che dico simili, ma necessariamente differenti per le epoche nelle quale vengono riproposti. Roma si era trovata dinanzi ad un confronto inevitabile con popolazioni 'barbare'. Cosa fece? scese a patti. Sembra risuonare come un disperato tentativo. Un pensiero fluttuante, un'angoscia di un qualcosa di inevitabile. Poiché da difendere erano valori che non esistevano più. Fondamenta crollate che reggevano palazzi tanto sfarzosi, giochi, divertimenti e valori tanto quotidiani quanto inutili ad un qualsiasi Impero coloniale e guerrafondaio. Solo il passato difendeva Roma. Ed esso di certo non cesserà di farlo. Non cesserà di difendere un fantasma immortale.

Fabrizio De Andrè colse di certo un aspetto più che mai fondamentale a riguardo: " Non credo che i giovani di oggi non abbiano valori ... credo che li abbiano invece. Siamo noi ad essere troppo attaccati ai nostri."
Esaminando la situazione attuale ci troviamo di fronte ad un caos fondamentale nella vita dei valori: Roma era grande perchè grande era stato il suo messaggio a tutto l'impero. Grande e soprattutto unico.
In questa epoca esistono tempeste e forme incontrollabili di comunicazione. Esiste quindi una molteplicità di valori, tale da rendere tante difficoltà quanti pregi.
L'uomo di oggi a cosa appartiene in vero? Coltiva forse in sé il senso di appartenenza a una forma comune condivisibile in determinati spazi, o situazioni, o caratteristiche? Quel famoso spirito sociale rilegato dal collante di un'idea potente come l'Impero, esiste parallelo in questa Italia? Cosa abbiamo da difendere, oltre la nostra vita, i nostri cari? Non è certo l'idea di una nazione che ci avvicina non fosse per necessità primarie come il linguaggio o il quotidiano. Non sia mai il processo chiamato ‘ globalizzazione ’ a dissipare distanze che non intendono esistere nei propri spazi: come nei dialetti, nelle usanze, nei costumi e quant’altro di prezioso ed unico si nasconde dietro il più piccolo dei popoli. Tutto ciò rende più forte il senso di appartenenza a quel qualcosa che è da difendere. Assolutamente. Questo è ciò che in Italia si deve valorizzare e salvare se si intende davvero ricreare uno spirito sociale e nazionale di appartenenza. La politica di oggi non trasmette valori: trasmette notizie.

La comunicazione di oggi non trasmette notizie: trasmette politica. Il politico odierno non difende nessuna idea, e se anche tenta di farlo in qualche modo non può trovare fondamenta poiché lo scherzo del caos nella quale pare giacere ogni tipo di ideale dopo la caduta delle grandi narrazioni si trova svuotato di quei valori necessari a ricostruirsi. Il politico odierno va al lavoro. Questo è il problema. Così come fa un comune cittadino che lavora per lo stato. Ed in tutto ciò lo stato di che valori si può vantare là dove la comunicazione porta la politica all’interno del contesto quotidiano? Serve essere più che mai lucidi e sinceri. Serve dire infondo che l’idea di un'Italia a cui fare riferimento si è deteriorata nella maggior parte della gente, e sussiste, guarda caso, in quei valori marginali a cui si faceva riferimento prima: dialetti, usi, costumi di minoranze. Sono convinto di poter affermare che esiste più spirito sociale e ideale, di appartenenza, di difesa, presso una qualsiasi di quelle minoranze, che in un dipendente statale, per così dire, appartenente ad un fantasma quasi antico, detto ‘Italia’.

Dove sono questi valori allora? Per chi possiede occhi adatti all’osservazione può avere un idea di dove sobborghino. E per sobborgare, intendo proprio nelle nostre città, con le nostre case e tutta la nostra vita. Vi sarà capitato forse di notare quel che il sociale conosce come popolo “Rom”. Quello che ognuno di noi conosce forse meglio come ‘zingaro’. Ebbene mentre passate davanti a quello che per voi sembrerà una roulotte o un camper, siate coraggiosi. Perché serve coraggio per osservare. Con una punta di ingenuità e una montagna di quotidiano nel quale sostiamo non cerchiamo forse qualcosa in più da valorizzare. Da custodire come valore. Nessuno, all’in fuori del quotidiano, ce lo raccomanda. E noi siamo immersi in esso. Beatamente complicati e commossi. Non c’è da stupirsi ora, se gli unici a possedere in maniera certa determinati valori positivi e negativi, sono proprio quelle persone che il vostro quotidiano, mendicano.
“…E’ vero” disse De Andrè “gli zingari rubano. Hanno rubato anche in casa mia. Si accontentano però dell’oro e delle “palanche”. L’argento per esempio non lo toccano perché secondo loro porta male. Lascia il nero. Quindi vi accorgerete subito se siete stati derubati da degli zingari…”. Questa gente ruba e ruberà ancora, probabilmente. Ma anche in questo frangente dimostrano di possedere ‘qualcosa’ in sé: “l’argento non lo toccano. Lascia il nero.” Un ‘qualcosa’.
De Andrè enfatizza anche in modo importante l’erranza del popolo Rom. Un popolo che “gira il mondo da circa duemila anni, senza armi.” Ovvero “affetti da quello che gli psicologi chiamano dromomania.” Il giostraio, il mago, l’indovino. Tutti i loro mestieri, o almeno quel ‘qualcosa’, che quest’epoca si è portata lentamente via. Ma non ancora i Rom … e i loro inflessibili valori più duraturi dell’impero romano.

“…Gli zingari rubano è vero. Però io non ho mai sentito dire, o non ho mai visto scritto da nessuna parte, che gli zingari abbiano rubato tramite banca, e questo mi pare che sia un dato di fatto. “ (Fabrizio de Andrè)

Non esistono soluzioni a problemi che non esistono. Nessuna legge potrà mai riaccendere un qualsiasi spirito nazionale poiché a mancare per primi sono i valori in ciascuno di noi. Tuttavia nella storia sono vasti e innumerevoli gli esempi di epoche e personaggi che vivevano ardenti di questa passione: I nostri cimiteri, le nostre antiche mura e case pulsano più vivi dei nostri ricordi in questo senso. Tutto ciò per dire che non è di certo un male quello che sociologi e storici definiscono ‘ perdita di valori ’. Il male nasce dal pensarlo.
Un cervello che comunica più velocemente di certo assume aspetti svariati e punti di vista differenti in maniera molto più caotica e incomprensibile di quello che una normale mente può comprendere. Questo è la società moderna: una massa comunicativa in continuo aggiornamento. Fonti comunicative inesauribili che ci tempestano instancabilmente, e non danno notizie: fanno il loro lavoro. Questo resta e rimarrà, fino a un tempo che non mi chiedo, la fonte primaria del Caos nella quale ci troviamo. In questo modo, ecco che il primo valore assoluto che subisce e inebria l’uomo moderno è il quotidiano. Non è questo il tempo di una nazione viva nel suo spirito.
Non è un cuore a battere nel corpo defunto di uno spirito da dover rimpiangere, ma solo “cimiteri di croci, sul petto“.

 

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