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Deliri

Anno di pubblicazione: 2008. Di Giangiacomo Morozzo
 


Aristotele o Archimede?
Il grande teorico o l’inventore prodigio?
Senza dubbi per qualsiasi indagine epistemologica il secondo.
La ricerca si deve avvalere di due principali caratteristiche quali Scoperta e Invenzione.
La scoperta è la base di una duplice ricerca che parte dal nostro essere fino ad invadere quel mondo dove il nostro essere è presente in piccoli particolari; per poi ripercorrere quella strada in maniera inversa: ricercando in quel mondo i particolari dell’essere, e tornare al principio dell’anima.
La sregolatezza assoluta non sarà più il mezzo di ricerca, ma bensì si utilizzerà un mezzo più complesso e duro: l’abbandono. Abbandono che è assoluta immersione in ciò che siamo, inventando il linguaggio dei nostri deliri, della nostra anima mostruosa e celestiale.
Esisterà uno schema, una regola che chiameremo Linguaggio, Grammatica; tale da potersi esprimere con il folclore figurato delle parole: poiché tale linguaggio sarà il mezzo grazie al quale potremmo dipingere le nostre immagini, e tutto ciò che in quel percorso di ricerca ci sembrerà di vedere, ancor più, di provare.
Fulcro di questa ricerca non sarà più il sentimento: l’odio, l’amore… sono da abbandonare in principio. Serve essere lucidissimi e vuoti: serve abbracciare in un silenzio assoluto tutto quello che è la sensazione, distaccarci per poterli davvero abbracciare. Non abbiamo più solo cinque sensi al quale fare riferimento: avremo milioni di sensi. La presenza di sensi infiniti, perché ogni immagine e ogni idea sfumerà velocemente costringendo ciascun senso ad un incontro rapido e sfuggente.
Quello che ne verrà sarà il connubio più grande tra immagine e sensazione, e il nome più appropriato vista la sua natura indomabile e misteriosa, è delirio dello spirito. Delirio dell’anima.
 
Trattando di termini come linguaggio non si può non dettare al principio il fallimento di qualsiasi linguaggio che non sia quello puro dell’anima: qualsiasi tentativo di comunicare, è di per sé fallimento proprio della comunicazione.
‘Logica’ed ‘interpretazione’ non si stringono più a braccetto assieme alla lettura: serve comprendere di non poter comprendere fino in fondo, serve infondo, non voler capire ciò che si legge, ma provare a indagarlo con quello che venne definito il “forte sentire”. Provare a farlo proprio, non per arrivare ad un compromesso tra lettura e interpretazione, ma per approcciarsi con l’albore di qualcosa di puro nei principi del proprio animo. Ogni delirio è una porta personale per un mondo sconosciuto. Ed ogni uomo, nei limiti dei propri confini, si estende fino ad essi cercando di osservare…


 
La collina delle storie cadenti
 
“ Grigie sono le viole in quel cimitero, poco più su di un palmo, se ne va cantando la marcia che vaga, la sera mi piace vederla nuda: è lei la prima parola audace. Amo lei che sa quello che vuole, lo recita in un salmo di glicini, ai fianchi biondi di un campo di segale, ma nessuno ora le va incontro: se ne va sola amando l’amor che lontano l’appaga. Recita così la fine del mondo sospesa su di un palazzo che pare l’Alhambra, si rigira sui suoi tristi piedi che sfiorano il mondo, l’idiozia è ricca di vene sul fondo di un qualunque mare, in un qualunque corpo che sa amare: immensi pelagi sono custodi di quella fine, e lei che non teme, con tenerezza li osserva notturni, materna della loro vita che attendono di inabissare. Allora se ne va il mondo, grida la terra che è velo dei propri defunti, così si risveglia quel germogliare silenzioso, e il mondo è un grande cimitero dove esplode la vita.” Queste le parole di una storia che inizia sospesa, di notte, e che nessuno pare sappia come davvero vada a finire…ognuna di quelle vite, per un attimo pare rispondere…
 
 
 
Una canzone innamorata (Parole solitarie per Gioia)
 
Agl’occhi lontani devo il mio ideale, piccolo sogno, quante volte ti ho perso?
D’inverno le strade nascondono i segreti dell’estate, quanti incroci lungo questa via?
Archi, alambicchi di bronzo, ruderi austeri, tutto prendeva posto nell’anima segreta della mia mente. Ero come posseduto da un ozio divino capace dell’enumerazione.
Ho cercato a lungo dietro le vocali irrisolte, e illustrato meglio di un letterato le frasi mai dette, che si dicono eterni involucri dei sogni perduti.
Ho ricercato come un esteta negl’occhi della ribellione, e scacciato la bellezza con il caos del mio spirito.
Possedevo ogni sogno come il più grande dei peccati, mentre la morale scendeva lenta a dormire lungo la tenebra del mio cuore.
Dov’era il soggetto là nasceva l’ideale più mostruoso, e mi nutrivo come un’edera instancabile di tutto l’ignoto che investiva la mia anima sognatrice, inerme, ingorda.
Pallidamente, morivo assieme agl’ultimi orizzonti d’estate, le vesti d’autunno avevano un dolce, dolce frusciare.
Ero un’ombra scolorita, scortata da cavalieri senza volto e senza cuore.
Poi fu il buio, e da allora, non potei più sottrarmi al suo pulsare nella mia anima.
 


Pomeriggio (Del bambino che sfiorava il cielo)
 
Oggi passeggiavo lungo i sentieri protetti dall’ombra. Come viali oscuri.
Ho visto gl’alberi, tremendi assassini, impiccati a testa in giù: la loro testa soffocata e i piedi per aria e ribellarsi nel vento.
Passeggiavo tra le tenebre di un pomeriggio…
 


Il tramonto, l’alba, il cielo. (Di un viandante e della sua ribellione)
 
è forse il tempo di dipingere quel cielo e quel fuoco come un incendio antico e indissolubile,è forse il tempo ricco della mia anima, di tutte le cose che vi ardono instancabilmente.
Dipingere come ebbro, cangiante, furioso, travolgente ed immutevole l'occhio che l'osserva dalla cima più alta, scossa dalle mie grida, e dall'abisso più sconfinato, più profondo di tutti gl'ideali verso Dio.
Il tempo brucia, e brucia ancora, ed esplode, e riluce, si spande in scintille e lampi di fuoco, in tempeste stellari, ed è il più grande carburante che quel cielo possa trovare in tutto l'universo. Ah! nuvole sognatrici! dovreste osservare quei luoghi pervasi da quei lumi d'eterno e d'oro profumato, l'aria frizzante di vita ardente e quel bianco naufragato, perduto in un passato spento che ritorna ancora e ancora, a illuminare le ronde della nostra solitudine.
Che ogni ombra resti immobile, ogni ideale nascosto e ogni amore spento, non ha importanza, quell'incendio celeste è in cerca di nuove sfide, nuovi confini, nuove ardenti passioni, e altri filoni di pensieri raccolti e intricati, cerca e osserva nei vostri animi madidi e impauriti, incapaci della sua veggenza, e vi ascolta mentre parlate a quel nessuno che riempe i vostri silenzi come pioggia che s'attende lungo la tenebra della notte senza stelle.
Fate attenzione se non sapete frenare la vostra ragione e il vostro controllo: l'enumerazione di quel cielo è il non controllo del mondo.
E lo spirito s'ubriaca sempre più spesso dei suoi deliri ricorrenti.
 


Un delirio (Di un disoccupato sognatore)
 
Il sogno, a volte, è l’essenza dell’ideale.
Un delirio è ciò che la coscienza svela, come libero, sprigionato dalla rabbia, dal dolore, dalla vita, senza controllo e che senza motivazioni s’erge, e vola. Alla ragione sfuggono tutte le sue enumerazioni, il cuore le sente palpitare ma non sa convertirne la sensazione.
Tutto quello che sfugge all’occhio, tutto ciò che non si comprende, l’indomabile, il represso, il recluso, e tutto quello che s’anela nel buio, di bello, splendente, si slega, con una danza sorda e incontrollabile. Sfugge, questo è il verbo adatto.
Un delirio è l’attimo in cui voi sentite voi stessi, vivi, in situazioni mai pensate, sconosciute, ma presenti, dinanzi a voi, orribilmente e straordinariamente prostrate ai vostri piedi.
Un delirio è la presenza dell’attimo che sfiora la vita, e che di colpo, l’abbandona.
Ma tutta la ricchezza di quell’attimo, tutte le sue infinite possibilità rilucono e splendono solo in ciò che la mente non può concepire, ed è quando il cuore vibra, lieve, quando sembra danzare a passo con l’ignoto, solo per quel misero attimo sente, ma è un segreto che l’avvolge nel silenzio, e che avvolge anche voi nella vostra solitudine.
I deliri vedono realizzate tutte le scelte, vedono le infinite possibilità correre come linee sottili verso altri mondi possibili, mondi creati dai nostri errori, e dai nostri desideri.
Dai sogni, involucri stordenti di vite umane, d’amori, di terre lontane e amici, tutti racchiusi in un piccolo delirio.
 


Prelibatezza del sogno (di un pittore innamorato)
 
Chiudetevi dietro le porte, nelle case, allontanatevi da ogni cosa adesso che l’ora è giunta.
L’ora della vostra immaginazione più potente, capace di trasformare ogni realtà: l’ora del sogno.
Senza coscienza svelerete verdi nature incontaminate, avvolte dal dubbio, dall’aria vaga del sogno: verdi colline solitarie e notturne, piombate nei silenzi che attendono, negl’occhi sonnolenti dei fanciulli sognanti. Nebbie fini come vesta di giovani donne ideali, spogliate un poco dai nostri pensieri, e sorridenti, inseguite dai nostri anni infinitamente giovani, e sentieri!
sentieri sperduti diradati dal desiderio del nostro amore.
Il segreto, il suo gusto, è nell’alone di segreto che tutto audacemente avvolge.
I piedi battuti sull’erba un poco umida, le nostre gesta senza più ricordi restano eterne come perdute, come immobili. La sua voce, umana, lontana, che cerca il nostro smarrimento, poi il silenzio rivelatore, l’istante di gioia che lo precede, la vita accesa, il desiderio! e la ricerca sincera e allegra! Oh le sue grida!
Le sue grida! Ancora! E ancora! Mescolate ai suoi sorrisi così giovani , così prelibati per le mie parole sognatrici! Corro ora lungo i pendii, le radure accese, le rive amiche e le montagne lontane. Corro sorridendo alle gitane, ai vagabondi dispersi nel loro fantastico buio , a sognare, ai giovani dai visi miti e impassibili, ai colori spenti e acerbi, ai profumi struggenti come foglie arse dal loro primo amore, o mio sole!
 


Fuggire, al di sopra del bene e del male (Parola d’illusione)
 
Non è un segreto per me vedere in te l’assassino e l’angelo puro, criniera dorata e celestiale,
nessun segreto lungo i tuoi seni turgidi e molestati dal sole settembrino, dalla nebbia incolta dei miei nudi pensieri, i tuoi occhi come incendi, e le labbra rivelatrici chiuse, in attesa di tramonti irraggiungibili, di antichi segreti mai detti, di lacrime come dolci vascelli svaniti nel vano delle illusioni. Pulsa! Esplode la tua chiglia in fermenti di malinconia, ed è così che ti riveli vicina al mio cuore! ma ancora, e sempre, i tuoi gesti sono spietati, e lo saranno! dissanguano l’angelo, la delicatezza dei suoi sorrisi, corrotti, dalle orribili realtà dei mondi!
I tuoi capelli come trame indissolubili e vivi, come sogni, ora sperduti nei labirinti impenetrabili ai miei occhi, al mio essere, ridipinto dagli stormi viaggiatori sul verd’azzurro dei tuoi cieli, (che la gente chiama occhi), oh mie tenebre! e l’odore della luce trema, grida, consola!
Poiché come me, la luce ha di che temere.
Pietà almeno di ciò che non esiste, angelo caro, dei tuoi pensieri lassù ad ammirare nuvole sognatrici, giorni rivelati solo al tuo cuore, perduti a me, sopraffini veli di solitudine pregiata, prigionia dei sogni innamorati!
Cosa!? Cosa ora?!
I tuoi passi un poco attardati, sordi agl’orecchi del mondo, la tua fuga!
Sopra un manto vellutato di un’estate perduta, gl’istanti come scintille, vai sola e sorridente lungo la strada del sole: unico capace di seguire il tuo ardere nel mio sogno!
 


La valle nel tuo spirito (l’amore di un enfant prodige)
 
C’è una valle, là infondo sulle colline dove tacciono gl'impiccati a testa in giù, e il rosso che l'inghiotte è il rosso dei tramonti.
Il profumo selvaggio fiorisce lungo i colli, tutto incolto,e la tenebra l'investe tra i deliri e le paure quand'è la notte a verseggiare.
A pulsare per la valle vagheggia un fiume dalle sponde arse, dall'acqua scolorita, passata e ripassata, ha memoria di ogni dove e di ogni quando. Nera la punta del cappello lontano, come uccelli senza occhi per la luce, immersi nel vago dei rossi, come pupille infinitamente nere della sera, si disperdono lenti in una notte che non ricorda mai le proprie stelle lontane…
vi invito ad andare là, tra le vittime dei tramonti,le loro gole arse dai giorni e i singhiozzi tenui dispersi nel tetro silenzio dei terreni paludosi…
I loro occhi conservano ancora i traboccanti infiniti, abbandonati, lugubri e opachi come atomi senza vita, ma abbondanti, senza profumo, dove danzano in silenzio i sentimenti d'angoscia e le muffe con sé sole…
splende invece tra le ghirlande tropicali, e gl'oceani solcati dai miei sogni, quel tuo sorriso dai diciassette anni, cavalca senza rispetto ogni riga infranta tra i campi maturi di grano e frumento biondo, senza parole, con sguardi impassibili ed occhi troppo dolci da osservare fino al tramonto.
Avvolto tra le coperte immortali, velate e scolpite dalle vicende fanciullesche, sono i rossori, le immagini che sfuggono come pantere dall'odore sensuale.
Giacciono allora immortali le ombre dei nostri esseri come naufragati nel tempo, in tutto il nostro vivere ciò che fu, e che crediamo più in nessun dove e in nessun quando. Questo è il terreno dell'angelo e del male che vi ho trovato, i tuoi occhi d'alba e tramonto,infondo non speravo tanto ...
 


La musica nella sera (un Dandy nella sua musica)
 
S'era presentata la sera, distesa d'abito scuro lungo tutto il pendio del paese,
e volli in quell' occasione ascoltare un quintetto capace di un'ottima musica.
Il piccolo locale sembrava un grembo incolto di pensieri e immagini simboliche, tra dipinti, cimeli, oggetti e personaggi ambigui.
Tra questi in quella sera mi confusi beato nell'idea della musica conciliatrice e ammirevole, e nell'idea d'esser schiavo di ogni rara bellezza.
Non persi tempo ad ascoltare quella musica inondare la piccola stanza, strabordare lungo le finestre e giungere fino alla piccola strada di fronte,e fu nel diletto di porgere lo sguardo nel vuoto sopra il capo, simbolo di tremenda soddisfazione, quando venni colpito da una scena ancor più mirabolante: le ombre erano vive, e vivevano con la musica.
C'era un regno su quel soffitto che osava muoversi e mostrarsi come per incanto di quelle intense melodie, ed io che ondeggiavo nel sentirle, mi fermai di colpo nell'osservare i movimenti fini e leggeri, ebbri, cangianti e meravigliosi, che dipingevano di tenebra quel piccolo soffitto rosso e arancio infuso come sembrava essere di fantastiche tenebre.
Lunghe dita si flettevano sensuali lungo il muro, seguite dalla chioma solenne di una donna distesa lungo la tenebra, e questa fanciulla sembrava osservare un castello lontano, fatto di ombre e gioielli, dove suoni dolci e brevi ne facevano scorgere in essa i più lontani desideri.
Restai così ad osservare quel teatro d'ombra riemerso da quelle melodie così sensuali, e mi ripromisi di tornarci spesso, tanto da sapere ormai il nome di quei personaggi nascosti, che si svelano per amore stesso della medesima bellezza.
 


Il Cavalcasogni (racconto popolare di un racconta sogni)
 
Venne il tempo infine di narrare l’eleganza di quel cavaliere che cavalcava senza sosta ogni sogno umano. Nella stanza vaga di una sera, nel finire di quei giorni che investono le città indaffarate come vecchie signore, mi assopii nella pace dei suoni e dei colori.
Vidi quella sagoma raggiungere con la cavalcatura le alture dei miei occhi, scalfire con brusche impronte ogni mio passo, e prendere il volo, lontano, cosicché desiderai il suo ritorno per apprezzarne almeno il nome, in futuro.
Attesi in quei vaghi pomeriggi di quiete, di tenere ore appisolate nei freddi inverni, ma non sognai mai più la stessa cosa. Mai più!
Qualsiasi sogno sembrava svanito in un fazzoletto di tempo ridotto a un breve incontro con un destriero e il suo padrone sconosciuto.
Ignoro ogni particolare. Era forse luce quel fragore sulla pelle, mentre costui volgeva infine lontano nel cielo? Era la puntura della rugiada del mattino? I venti freddi d’inverno?
Non ho più nulla se non solo il desiderio di quell’incontro, l’ideale di quel sogno, e tutto sembra, tutto appare! La sensazione fu la strada per quel vago che aleggiava nel mio desiderio, che dominava questo spirito incapace di ricordare.
Il suo passaggio era fuga dal mondo, era un viaggio verso un mondo sconosciuto popolato da tutti i sogni cavalcati, da tutti i sogni derubati alla memoria della gente!
Ed io legato a quel presagio tentai disperato un suo incontro!
Lo chiamai il Cavalcasogni. Volli così dove io potevo, poiché oltre non sapevo nulla.
Poi un giorno lessi qualcosa, di sfuggita, e per errore forse, dove si diceva di quel destriero cavalcato da un cavaliere che compariva nei sogni di molti uomini.
Almeno una volta nei sogni di ogni uomo, e rammentava a costoro un destino più grave della morte parlando una lingua incomprensibile, ma che giungeva diritta all’anima.
Egli l’ammoniva della morte dei sogni.
Ah! Quale fu la mia sventura allora!
Corsi a leggere e rileggere quello scritto decine e decine di volte!
Il cavalcasogni ( mi permetto ancora il nome) era un attimo assai solenne: fuggiva lontano, e derubava audacemente alcuni tra i sogni più grandi di ogni uomo, senza misurarne il fine, ma la sostanza più pura dello spirito, e fuggiva lontano, senza lasciar mai più tracce del suo passaggio se non un vago ricordo in pochi di loro.
Così pensai ai sogni del fanciullo che ero un dì, del bambino, e infine di quest’uomo: dov’erano finiti quei desideri che popolavano come atroci formiche, come farfalle per un poco beate, come olandesi volanti per i mari leggendari ?
Ricordai, e li sentii lontani, esattamente, non più miei.
Il Cavalcasogni l’aveva presi con sé e portati lontano…
Non potendo più nulla, e non essendo più adatto a loro, scontai la mia pena come ogni uomo, avendo perso di quanto avevo vissuto fino ad allora senza neppure essermene mai accorto.
Ma qualche anima nobile, o qualche disgraziato, aveva scritto testuali parole nel fondo del famoso manoscritto:
 
 “… La pioggia vi deruba del sole, il mondo arde e cade, ma se comprendete, i vostri sogni sono al sicuro.”
 
Ed io da allora non ebbi più bisogno di credere ad altre parole.
 
 

Il pittore di anime innamorato ( e le sue atroci verità)
 
So del tuo sguardo, infondo, dei tuoi occhi come dei miei, non oso mentire.
Ma non so di te nulla, solo fin dove mi ha mostrato il mio amore.
La coscienza ha negato ogni altra immagine, ed è notte. Non ho più occhi per osservare.
Là fuori qualcuno grida, una donna piange dipinta d’ombra ai bordi delle strade, ed io non ti scorgo, così per me quello è un tuo pianto.
Ho vissuto nella tua immagine, finché non ti ho persa come un’onda riflessa sopra scogli immortali.
Questa notte è silenzio, questa notte è il tuo riposo, mentre io non dormo e fluttuo sopra sogni che vacillano là fuori nella tenebra. Dove pensano di fuggire?
Quel pianto ormai tace e i lampioni sfiorano il mare, cullando giovani barche dagl’occhi assopiti.
I sogni si perdono dolcemente nelle prime ore del mattino, nel vago di questa coscienza sono come liberi, storditi dal mio dormiveglia, e sento il pulsare dell’inquietudine.
Spiriti di solitudine vagano ancora per i vicoli rabbuiati, io non ti vedo, ma sento la tua solitudine – così vicina alla mia! – ubriacarsi di piccoli universi, stretti, sempre più minuti, per non credere di essere investita come tutti dal vivere, dall’essere!
Non oso mentire, io non so del tuo sguardo – non ora, non più – dagl’occhi naufragati in una mare verd’azzurro. Ma quelle gabbie ritratte dai tuoi occhi io ho slegato, una volta.
Il dovere di quest’essere ti ho mostrato, era la follia costruita dall’uomo.
In questa notte, in quest’albore sento la tua assenza. E i lampioni muoiono.
Tremano le foglie, ed ora possono anche gemere.
La mia anima è nuda dinanzi al piccolo universo, e teme gl’orizzonti troppo vasti.
I primi brividi sono malinconia e inquietudine, sperando di essere immersi in quel poco che avanza del quotidiano, come tanti, investiti dal turbinio di sconosciuti che fanno dei miei pensieri perduti resti in fondo a un mare.
Un dì vagavo sincero sopra un vascello, capace di solcare quei tuoi occhi: ora immagino la loro carcassa, sprofondata, e lontana, in abissi che non so nominare, e che non so placare davanti all’immagine di un tuo sguardo.
Non oso mentire, io non ho mai saputo nulla di esso.
Se avessi guardato meglio, sincero, avrei solo visto un mio buon dipinto splendere in un piccolo universo.
 


Speranze notturne ( di una notte insonne)
 
Quando mi immergo in una notte non spero forse niente, un buon nulla consolatore che non prevede un giorno che verrà. Ma nel bel mezzo di quel divenire, così piccolo infondo, che è la notte, in quel mezzo vi nasce il sogno a volte. Ed è allora, e solo allora che divento capace dei particolari, dove io posso davvero domandarmi di loro, dei tetti pungolanti delle città francesi, come delle finestre lacrimose e opache di antiche chiese, e so allora, davvero, che domande pormi, mentre sogno.
Vivo nitido, quasi nudo da me stesso, eppure mi sento così rigoglioso e travolgente presso ogni cosa che incontro: dei piccoli lampioni, a tarda sera, posso amare il pallore in una maniera tanto densa da conservarne un poco nel chiarore al mattino. E di quelle vie, che soli vanno ad illuminare, io ricordo le storie e le vicende vissute nell’ apice di una notte, di qualche ora, di qualche anima.
Quando mi immergo in una notte non spero forse nulla, ed è vero, poiché in verità non saprei neppure cosa sperare tanto è sorprendente ciò che vi può accadere.
In un sogno posso entrare in quei luoghi così vaghi e misteriosi, troppo testardi per conoscerli mentre sono desti, ma solo mentre dormono, silenziosi, e lenti, diventano capaci della mia anima, ed io della loro, come due frammenti rotti e sconosciuti ormai al suolo, capaci di riavvicinarsi, riavvolgersi in un abbraccio profumato, così profondo!
Di giorno poi, sveglio e conscio di altre realtà, rimango esterrefatto dell’estraneità di tutto quello che là fuori poc’anzi pareva vicino: e non odo più, non so domandare, né avere risposte, non so cosa essere, poiché non sono più quell’anima, e neppure loro; così osservo. Amo il silenzio.
Da poco mi accorgo di esser solo, di essere un solo fra i tanti, e orrende paure mi accolgono quando mi sovviene quanti tipi si solitudine possono coesistere senza sfiorarsi. Le azzurrità degl’occhi, come gl’eterni cieli, le blu profondità del mare, e le tinture distratte di un pittore, così simili, vicine e silenziose, e così sole, rimboccate dalla fuga dei giorni, dei venti, delle correnti e delle passioni, neppure se ne accorgono.
Ma sono stato sincero anche con altri mali, senza che questi cambiassero un poco, mentre io ero capace di questo, ed avevo visto, sentito più che mai un’essenza del tutto diversa.
Era quella la coscienza del sogno, nella quale nelle lenti notti mi immergevo teneramente più che potevo fra i sentimenti e i pensieri già sognanti, così vicini ai prati fuori dalle case, ai luoghi sperduti, alle storie inenarrabili, alle emozioni più sciocche e a i sentimenti più stupidi…almeno fino al mattino.
 


Il cacciatore di Orologi (opera di un viandante sconosciuto)
 
“ …non è un orologio la nostra stanchezza?
La nostra ansia, la nostra speranza?
Come si adopera davvero un comune orologio?
Non ci si rende conto che lui adopera proprio il nostro tempo, la nostra vita per la sua?
Mentre è saldo al nostro polso, o nel taschino, o innalzato nelle torri delle piazze e incastonato come un occhio sempre attento, nei palazzi, non ci sentiamo altrettanto suoi schiavi?
Eppure dovremmo: sotto ogni forma è lui a ricordarci la nostra angoscia.
Non ci è permesso stancarci. Non ci è permesso fermarci. Abbiamo la possibilità più astuta:
quella di scegliere del nostro tempo. E noi, non sappiamo in vero che farne, di tutto quel tempo che in verità neppure conosciamo, ci rimettiamo alle sue instancabili lancette, poiché c’investano, ci leghino ad esse senza remore. Siamo esseri del tempo che dicono di amare la libertà, come sconosciuta, ma che con essa non sanno stare più di quanto non serva per accorgersi della sua presenza. E intanto le lancette corrono…”
 
Queste parole appartengono al cacciatore di orologi.
Una mania la sua, un’ossessione assai particolare, non meno della sua storia, e della sua vita senza dubbio. L’avversità contro quegl’aggeggi tanto sofisticati e normali gli derivò da alcuni sogni poco ordinari e del tutto imprevedibili. Quello che allora era un ragazzo si risvegliava di notte in preda al panico, nel buio, attraversato da sensazioni orribili e indescrivibili.
Diceva di sentirsi in gabbia, chiuso, imprigionato, recluso.
Non è una storia semplice quella che state leggendo.
In quei giorni il giovane cacciatore di orologi si svegliava con la terribile sensazione di essere perduto, destinato alla morte come ogni essere umano, rinchiuso dentro uno spazio di tempo che stava percorrendo irrimediabilmente, e senza scelta alcuna.
La sensazione era quella dell’abbandono, presso una coscienza maggiore e forse esagerata della vita stessa, vagava tra i pensieri più disparati. Egli non si considerava affatto pessimista, o peggio ancora impazzito, ma tentava sempre in maniera cauta una spiegazione, una soluzione al suo dilemma. Ragionando arrivò a comprendere che non poteva esistere una soluzione, poiché quello che intendeva affrontare non era un problema, ma non riusciva a darsi pace, ad accettare questa situazione. Finché un giorno non dovette fermarsi in una piazza ad aspettare un conoscente, quando alzando il viso scorse un enorme orologio.
Le sue lancette erano lente e silenziose, ma scorrevano.
Restò ad osservarlo per tutta la durata dell’attesa, e notò che non si fermarono mai.
Neppure un istante. Da allora cambiò radicalmente idea su quegl’aggeggi manipolatori del tempo: riuscì sempre meno a sopportare quel qualcosa che gli ricordava l’incessante corsa nel quale si trovava, l’idea di perdere tutto, prima o poi, e di perdere ogni giorno, ogni istante.
Da allora rubò e distrusse ogni orologio, vi si accaniva contro, e credeva che in loro vi fosse una forza strana capace di sezionare il tempo dell’uomo.
Ne distrusse migliaia, forse di più, e di tutti conservò le lancette.
Finché una notte, la sua triste storia giunse al termine, quando in sogno gl’apparve la beffa più grande: era diventato un orologio.
Due enormi lancette giravano di continuo e senza sosta dentro ai suoi stessi occhi.
Immobile e silenzioso. Ma la vera sventura era che egli non sentiva nulla di particolare: non era lui a smembrare il tempo, e a dettarlo in parti tutte esattamente uguali.
Non era la sua crudeltà, a farlo scorrere senza sosta.
Ad un tratto le lancette si fermarono dentro ai suoi occhi, ma tutto continuava a scorrere intorno a lui. Era un orologio rotto. Irreparabile.
E da quel sogno non si svegliò mai, e nessuno ha mai saputo, ne saprà mai, cosa davvero accadde poi al cacciatore di orologi. Sarà forse perché le lancette corrono; e nessuno più vuole perder tempo nel tentativo di fermarle, ne di sapere cos’accadde a chi ci ha provato.
 
“ fare l’orologiaio” diceva “ è un mestiere coraggioso.
 Riparare il tempo è una scelta davvero assurda.”
 


Risposta di un giovane (alla vita vissuta ai margini)
 
C’era un periodo in cui tutto accoglieva il mio timore: la sera che scendeva silenziosa e immortale, il mio cuore che ansioso batteva lungo tutte le vie del paese, i primi luoghi ai miei occhi facevano nascere in me spaventi improvvisi. Poi un caos giunse a devastare la sacra paura, e la calma balneare del mio spirito; da allora ogni tentazione è giustizia selvaggia, una squisita barbaria, ogni vago pallore una poesia maledetta sulla punta delle mie dita ingenue, qualsiasi sé propone limiti da superare con le proprie gioie devastatrici di spiriti...me ne andavo volteggiando dove i sensi sfioravano immagini ideali, un connubio indissolubile tra immaginario e sensazione…
 
Siamo quelli che piangono,
lacrime della notte:
stupore degl’angeli ai miei piedi di cenere,
o gocce preziose!
I mari riavviano i loro lenti ritmi,
e le ribellioni, siamo quelli che sentono:
brividi gelosi delle loro passioni,
o mie laidone!
Distesi i paesi come innamorati,
di occhi chiusi come tenebre,
siamo quelli che tacciono:
ruderi di candore vado e intenso,
o miei splendidi sogni!
 


Volteggiare osservando più in su (sentimenti leggeri in una danza a due)
 
Brughiera, fine, è la storia dei suoi fantasmi che si rincorrono, dalle vesti un poco idiote di un passante, agli stonati e ridondanti suoni delle città lontane.
La notte accoglie in silenzio nella sua dimora, inondando le atrocità e i baratri di una vaghezza squisita, riempiendo di silenzi i frementi caos, e le genti, i loro tormenti come i loro esseri così nascosti e presenti, la brughiera, fine, accoglieva anche questo al suo passaggio sornione e leggero come un soffio trasportato da un bacio.
La nebbia era la mia dama, l’erba molle, i colli andanti, i castelli vaganti di foglie, le pozzanghere illacrimate, i nostri gioielli irriverenti agl’occhi di ciascun pensatore.
All’ora più alta avevo puntato il dito per osservare un poco di stelle, poco più su di un paradiso c’era questa volta il mare.
Raggruppate in piccole scaglie erano le isole immolate all’eternità delle sue acque, come azzurre, come verdi, come i tuoi occhi stanchi.
Brughiera, fine, come pelle dalle spoglie misteriose, raggelate dal calar della notte, ricoperte di pallida nebbia settembrina, fui vinto, a frustate, dal ricordo dei tuoi occhi.
Non c’è dimora per un divagare così prepotente, come per un ricordo che è un ideale.
Tornai altri giorni alla brughiera, la sua nebbia come una dolce cascata di perla, polvere di stelle per sempre perduta su di un verde palmo terrestre; e quel mare nel silenzio esplodeva della mia anima, mentre l’ascoltavo, osservando un poco più in là quel lembo di morena stellare, le sue onde dettavano il triste andare di un universo perduto…
 


All’arte del dolore (di un poeta disgraziato)
 
Dovrei forse rallegrarmi di vivere il dolore, il tormento.
Qualcosa o qualcuno di cui parlare lo abita come geloso nei nostri pensieri;
dovrei infondo sorridere. Perché no?
Del dolore, e del silenzio, che fanno di me puntualità e certezza.
I silenzi non sono mai stati vinti dagli uomini, si spostano solo un poco, e continuano a tacere il loro suono avvolgente. Così io devo sorridere, non mostrare mai l’illusione ma il sogno, anche se in pezzi; mai la voglia ma la passione, anche se passeggera; mai l’odio ma l’amore, anche se inutile.
Ecco perché rido del dolore, e del tormento: perché un dì mi sono svegliato un poco più su del solito e mi sono visto, e mi sono detto, sentito, toccato, sfiorato, finché non vagai più infondo, fino allo smarrimento dei pensieri: laggiù suoni crepuscolari danzavano ai silenzi, e dissero quelli “ ai dolori”. Più infondo ancora la malinconia dei colori brillava nei bui rudimenti delle mie intenzioni, e come tarli, “ ai dolori” dissero quelli, e ovunque andai, sempre e sempre solo, cosicché forse nessuno mi possa credere, sentii ancora la stessa ripetizione “ ai dolori”.
Finché non giunsi in un cielo, ed ero, lo dico, una stella che cadeva a precipizio nel nero occhio della notte.
Ero entusiasta. Leggero e cadente come un sasso che, miracolato, aveva imparato a volare.
Altri come me non facevano altro che cadere credendo in un improbabile volo.
Alcuni in silenzio, altri ad occhi chiusi, io meravigliato e beatamente commosso.
Ero allora una canzone nostalgica, come un ammasso di immagini al quale corrispondevano lacrime accese. Ero un divagare di flutti liberi, fatti di sentimenti ed emozioni intrecciate, che cadevano, e nel mentre, tutto si faceva più leggero, lontano, mite, silenzioso.
In quel cadere io piansi. Senza tregua, solo, vedevo le mie lacrime volare via. Stavo perdendo tutto… ma tutto era già perso infondo. Attendevo uno schianto certo, eppure ero stato felice.
In attimi puri amai anche il dolore come testimone, la solitudine come compagna, il silenzio come confidente; finché non mi spensi. Chissà per quanto altro tempo qualcuno continuerà a vedere il mio schianto, la mia caduta che era sfiorare il cielo, e trafiggerlo, senza sapere, infondo, che osserva un fantasma nel suo abbandonato splendore. E che io sono stato come lui, nel mio cadere, nel mio volo, e nessuno, e niente, può negarlo. Neppure ora, che non appartengo più a quel cielo lontano.
 


Gli orizzonti là fuori ridono… (di un Clown di un circo ambulante)
 
Là fuori un orizzonte ride pallido, ride di me, credendo che poco a poco io mi esaurisca come un giorno di sole. Un orizzonte oggi è morto con un sorriso gonfio di sangue celeste, e la sua illusione era dolce come l’alba che lo vide nascere. Mentre moriva l’osservai disperso oltre seni di terra dorati e salmastri, rinchiuso dalle ali nere degl’uccelli, come una lugubre chioma al vento, ormai sotto i tetti dei campanili… si era spento.
Ogni luce smise di tremare. Ogni pallore era un delirio di una tenebra lunare.
Ricordo l’albore del giorno seguente, un altro orizzonte, un'altra storia da raccontare: di lui che ride di me infine, e poi muore, ricordandomi che sono un essere tramontante.
Mentre moriva lo seguii ancora, e mentre si spense io risi per lui che più non poteva.
Era il pensare della sua esistenza un non problema di essere, e di cosa essere.
Sfilai da me l’idea del ricordo: era una pura vanità.
Abbracciai quella notte l’esser stato su ogni essere che potevo conoscere.
Accettai la valle dei tramonti che morivano come promemoria per la vita e per la morte, accettai il sorriso degl’orizzonti come promemoria per le illusioni di ogni essere, accettai la penombra della tenebra come promemoria per il silenzio e la solitudine, e con il caos del mio spirito, insegnai al mio mondo le atroci e solenni verità dell’essere.
 


Succede ad un’ora (le attenzioni di un innamorato)

 
Ad un’ora poco certa i rami secchi sono le ciglia di un occhio incendiato.
La sua pupilla è l’ardere del sole. A quell’ora, che lenta scende lungo la valle dagl’irti spini, due vite si intrecciano per una lacrima sotto il cielo.
Corron liete sopra le radici ingoiate dai lembi di terra sconnessi, fino a quell’ora altro non fanno che danzare lungo le righe tagliate dai miei lontani orizzonti.
Giunti a quegl’istanti poco sicuri, sotto quei rami alla deriva di un viso celeste, sogno e dolore fanno del loro abbraccio una lacrima che nera sgorga sincera e silente.
Allora quell’occhio si chiude.
Il buio che giunge è il loro buio. Il freddo che li attende è il loro freddo.
In questo mondo che è solitudine e coesistenza, un paradosso della miseria, tutto attende in silenzio di farsi sentire. Così, pensando posso fingere l’abbandono, e non per terre, mari, monti, o lungo le rive alte e tonde di un lago… ma negl’orizzonti di quello sguardo, alla sera, io vago.
 


L’angelo e la sua storia ( di un frate filosofo)

 
Ingoio la noia pur sapendo che era lo stupore di un bambino ormai invecchiato.
Sono banchi di nebbia infestati da coscienze freddissime e pungenti. Darò del mio sangue per avere contraddizione e meraviglia, almeno prima del tramonto, il quale consola una vetta sola con un occhio che lento si chiude. Mi si concede il tormento del pensiero, la quiete del silenzio invasa da una presenza che non può mancare, e la mia prima necessità pare essere l’insoddisfazione, ed ancora peggio, a volte è il tedio che sfido.
Come possono gli angeli, mi domandai sdraiato in un buio, avere per volare le ali? Che idiozia è mai questa?
Ogni animale che vola in questa terra ha nel suo mezzo la gloria e la rovina. Allora compresi: gli angeli devono poter cadere, crollare come lampi dai cieli eterni nei quali vagano. Se ciò è vero, come posso negare io, semplice uomo, i cieli estivi che cadono sui prati, vicini, così vicini?!
Ad ascoltare le storie che non possono osservare perché sdraiati in malomodo, dalle spalle girate all’uomo, sono quindi i nostri pallidi mondi.
Due cammini diversi per una sola storia che non sa sognare.
Poi un giorno venne a trovarmi uno di quegl’angeli caduti, ed entrò illuminando il silenzio: mi annunciava la morte della storia. Uno specchio si era infranto, il nulla apparve.
“Non c’è scopo” disse “ solo un vivere. La storia è un delirio della vostra ragione. Un suo sogno per la vostra esistenza.” Poi sembrò avvertire “ gettàti su ciò che siete e su ciò che avete, vi rimangono solo i vostri sogni.”
“ C’è gioia in essi” io risposi e credei, “ basta il dolore” rispose. E se ne andò.
Poi risi di me stesso, tornato nel silenzio che mi apparteneva, e compresi ancora una volta: tu angelo, altro non sei, che parte di una storia come tante.
Non uso più domandarmi quanto tempo mi rimane, poiché tutti sappiamo ciò che basta per decidere di non sapere, per decidere di non domandare: il mondo avrà fine.
Anche questa è una storia.
Mi domando, all’apice di una svolta, quant’è quel tempo dove io riesco a vivere, poiché la concessione più grande della nostra specie è il domandarci.
Da quello scoglio ognuno è capace della propria caduta in un abisso che non ha nome, mentre ingoio la noia, pur sapendo che era lo stupore di un bambino ormai invecchiato…
 


L’essere tramontante (del filosofo viandante)

 
Mentre qualche giorno perde il proprio vivere sono come un gigante.
I miei passi solcano gli sguardi di un sole basso e vibrante, ma quelli sono i miei passi ormai, vi dimora un’ombra che mi appartiene: assieme ad essa va un profumo a dormire.
Ma nella collera del mio spirito c’è ben altro che la morte: i miei passi solcano terreni molli e paludosi, e sprofondano in essi fino a lasciare impronte immortali.
Mentre qualche giorno perde il proprio vivere sono un contenitore capace del mio dolore.
Così è tutto il mondo, calpestato da un cielo che lo ride, perché si crede eterno, e non sa che a tramontare non è la terra, ma l’uomo.
Un pensiero a volte si diverte a mostrarmi un mare ormai lontano, e mi convince, immerso in ciò che sento, di non poterlo mai più perdere perché ormai perduto. Così è che rido, e vorrei rispondere “ hai ragione, è perduto. Ma temo di non poter tramontare assieme a quello ancora una volta. Era tutto ciò che desideravo.”
E in questo modo, l’essere tramontante tornava alla vita e alla morte.
 
 
 
Seguendo l’idiozia ( del ragazzo che consegna i giornali)
 
Come una specie di sole d’argento invadeva le strade, e sfiorava la mia malaombra.
Così dovevo attendere un tramonto diverso, per poter dipingere i cieli di brace che avidamente scorgevo come dai tetti di una città antica.
Per le sue vie vago senza pensieri, il loro è infondo un perdersi tra le smorfie di alcuni ricordi leggeri.
Come intrappolato, le metamorfosi più inaudite accolgono uno spirito che sogna, e fanno del suo giorno un’ingordigia di immagini, vecchie pietre seduti ai bordi di ciò che si è perso come confini inviolabili, fino a sfiorarne quel cielo bruciato, vanno alla sera i nostri sguardi idioti.
Allora gli occhi sfumano osservando i laghi, i fiumi, i mari, o le pozzanghere … chissà perché … chissà perché … proprio allora io vidi e compresi: (seguendo l’idiozia)
Sprofondavano nel mare baciandosi e volteggiando come solo un sasso poteva fare: un occhio d’oceano acceso all’orizzonte, era il loro ultimo segreto, mentre volgeva l’abisso, un profondo cimitero di sogni e di ricordi che li legava una sola volta, ed ecco, per sempre.
 


Il tempo assieme ai fantasmi di una notte che dorme (di un orologio a scacchi)

 
Il loro grido si nasconde in qualche silenzio perché il mio cuore non senta.
Cercano ancora, come occhi scossi e tremanti, ebbri di un’immagine che li consolava. Cercano ancora. Alla sera il mio cuore è liscio e fine come un foglio che attende, e il loro udito poggiano lungo un mare ad ascoltarne i sogni naufragati su quel bianco che sfiora tutti i sogni del mondo.
Dai tetti supini di un mondo incantato dove vivono, va il loro saluto ad addormentare il giorno, prima che muoia, ed è così che io tranquillo, sembro dormire.
La mia solitudine li abbandona ai baci lontani, la malinconia, dagl’occhi arrossati, li consola con le sue storie immortali. Ed essi gli tacciono la sua miseria, perché, dice il mio cuore, in qualche dove si può credere ancora. L’abbandono è per loro il mio mantello, dove arde e cade quell’ultimo giorno, e ancora si spande, e nasconde alle mie spalle, con un silenzio invaso da sciocche frasi, un ultimo splendido divagare sulle labbra del mondo, che gli uomini dicono ‘tramonto’, mie dolci ali!.
Ed essi infine si stendono in una sera invasa di tenere illusioni, come bocconi per la mia tempesta di noia, e ritornano in abissi dove chi conduce è l’immagine da salvare.
Quei suoi occhi… quei suoi giorni… navigano e rilucono in tenebre come perduti tesori, assieme ai tempi in cui i fantasmi di una notte che dorme mi nascondono, perché sanno che io divoro, e non so stare senza tempo: la mia volontà si prodiga fino alle vane illusioni di un senza tempo,
ed è la prostituta del mio spirito, e irrequieta e impaziente, è la mia lenta agonia dell’osservare: lo stupore si traveste di realtà, il sogno brucia attorno ai silenzi, e un’ultima solitudine vaga dispersa, avvolta dal suo triste fumo. Annega con me nell’alcool questa brezza di cenere, annega con me senza sapere, ed io spiro, forse, per annegare in quel mare che acceca ogni sogno.
In quel mare che culla l’essere di un senza desideri.
Ed ecco: questa la storia dei fantasmi di una notte che dorme.
 


Deliri del linguaggio (del poeta innamorato di parole perse per sempre)

 
A volte un circolo infinito cavalca le lente ore del mio giorno. Sfuma in torpori crudeli, dai volti rivolti verso quel luogo, quel tempo, quel mare, e quel che ormai è tenebra dai giorni antichi.
Ronza stritolato da intere anse, da legioni di bisbigli che corrono, dai piccoli mari che si dicono eterni involucri di anime spente. A volte quel circolo infinito divora il tempo ingordo, in lontananza si odono i richiami per ciò che già è perduto: interi oceani invocano il loro passato. Tutto è morto.
Le strade si stringono ai pianti dei loro vagabondi, dei passanti che violano le vie dei cieli, violentati dal sole sono come ombre di cenere ardente, sfumano in lillà e fiori dai profumi accesi.
Me ne andavo, i piedi ingannati dagl’amori penitenti, anche il mio cuore perdeva lento il suo ideale. Verso quel circolo il mio sguardo idiota, ed era ricco di temporali, di folgori come antichi letterati spenti nel mezzo dei cieli. Sotto quel cielo andavo, quel circolo osservava l’essere brigante, era il suo tempo dell’amore. Ho baciato lunghe dita di acqua eterna distesa ad assalire gl’ultimi orizzonti, e tristi bonacce come pescatori gettavano le loro reti alle stelle.
Ho finito per credere a tutti i pallidi amori come locandine di teatri abbandonati, nella squisita vaghezza che splendida solitudine ricamava attorno ai balconcini.
Torri, come bozzoli nel loro vergine profumo morivano con i pensatori d’occidente, nel cuore segreto, nell’ultimo merlo, che non riuscì mai a volare.
Non posso più avanzare i brandelli di un essere che sogna, disperderli in un circolo infinito che cavalca le lente ore dei miei giorni. Avrò un giorno di che dire, di parole ribelli che imprigioneranno la nostra potenza; perché libero e desideroso è il mio dire, finché si presterà a se stesso: ma un giorno ogni soggetto svelerà il proprio volere, il proprio nome, il proprio essere… Nessuna parola, nessun linguaggio umano potrà allora impedire un’alba sconosciuta.
 


Un matto ( di un paese che non c’è)

Che grande cosa deve essere il linguaggio! Ho spento infernalità perché mi si potesse sentire, infranto ogni riga perché principio primo di ordine, demarcazione. Alle tre di una notte qualsiasi ho parlato a un me stesso, e mi sono detto, sentito, finché, in silenzio, ho saputo riconoscere la mia stessa voce riecheggiare nelle mie orecchie. Uno sconosciuto rideva di me nella mia stanza da letto, ed io temevo il suo ridere, perché puro! Reale! Crudele al punto tale da portarmi i primi brividi. Altre espressioni attendevano nel buio, altre voci forse bisbigliavano per non farsi sentire. Ma quale fu il linguaggio che dettava quel piccolo universo nella mia stanza io non l’ho mai compreso. L’eredità dei miei avi si è moltiplicata assieme ai silenzi rimatori, alle gioie invecchiate come tenere illusioni di un linguaggio rivelatore, ma falsificato. L’esperienza è forse la prima prostituta del linguaggio, la prima a verificare azione per azione, oggetto per oggetto, senza mai nulla sentire in prima persona, ma concedendosi a noi. Il nostro privilegio è la prima illusione del mondo, la sua prima grande interpretazione, che permette di dire “ mondo” e di dire “ uomo”, senza nulla saperne a riguardo. Il linguaggio edifica, costruisce e modella con trame elaboratissime e pregiate, ma timide e fragili come bambini; e proprio come essi, mentre vanno a domandarsi di questo e di quello, non sentono che in ciò si concedono la prima impotenza dell’uomo: il potere non sapere.
 
 

(fumando al tramonto, parola di sconosciuto)

 
La voce è violino, che si popola ardente di contraddizioni, divine come il suo canto sono le atroci verità che racconta. Trascuro, il silenzio che lembe, così come le luci che fioriscono tra le ombre di un giardino: è giorno! La pace sfiora i miei occhi, lontano da ogni cuore, la mia passione è un’ape che ronza…
Una pianta è là che teme, un orizzonte là in fondo, oltre la città sembra sfidare i miei occhi.
Nessuna verità è più potente dei vostri sguardi lucidi, taciturni: avete ucciso, lungo gli splendidi fiumi: ora attendo solo l’acqua che profuma la notte dell'amore trucidato.
I piedi che osservo, i sopravissuti di ogni epoca, liberateli! Come una pianta, è sorto un frutto alla radice, ed albeggia solo. Oh, come sono silenziose le vostre cattiverie; bruciano attorno ad un falò dipinto dai vostri sguardi idioti. La vostra ragione è sacra.
Nelle sere, sapere di voi è l’atrocità, mie laidone! Andate a cercare i vostri pidocchi: sensibilità profanata di una vanità squisita. Sappiate, toccherà a tutti un giorno vomitare ogni idiozia, sbattetevi per i vostri dolci giusto ora, nessuna pietà è degna del mio rancore.
Tu, che sei come me, posso odiarti allo stesso modo con cui amo. Ho domandato del perdono, e dicono “ si faccia da parte”, le smorfie di una vita non hanno un prezzo giusto: il dolore che provate io non lo posso sentire! Quale gioia, bruciare con amore assieme a quella vostra sensibilità! Vi credete ciò che siete, senza speranze, circondatevi di sedie, di idioti dal cuore molle!
Ogni voce che sia violino mi appartiene come dettata, ed uno spirito imprigionato, al suo interno, teme altre melodie notturne. Ma si consoli al mio guardo: sono tutti sordi!
Ferite le vostre ginocchia bianche e pallide, gettatevi ai piedi, mie gambe mostruose: perché del vostro dolore sapete appagare i più ambiziosi. Ma scegliete con cura, cercate bene: l’idiozia del cuore non è da condannare se tutto è stato ben valutato.
Questo finché non busseranno per dirmi “ Tocca anche a lei, ora…”
 
 

La serva distratta ( e le sue distrazioni innate)

 
Serve, infondo, essere distratti. Rimossi a cavalcioni dalle nostre idee lontane. Così ogni giorno uguale è ricco di piccole cose: dal rumore della grondaia alle macchine devastatrici, tutto può essere rivalutato. Con un po’ di freddezza non conosciamo nessuno, il giorno è nuovo: come bufere gelide e sole sono i passanti, perché noi siamo montagne eteree, di fantastiche tenebre.
Un ammasso che illumina non è più sole, domandando all’alchimista, al fachiro, al giudice e all’idiota: quanti sono! ed ebbi così nella gloria altre stelle nel giorno, altre luci, altri nomi: un linguaggio nuovo! incapace di amministrare e dettare legge, ma penetrante: e serve la distrazione per essere penetranti a volte. Volteggiando tra i confini cittadini potevo osservare interi sconosciuti salutarsi e chiamarsi con nomi veri e propri: avevo l’entusiasmo del primo poeta, dagl’amori pallidi e tristi come le ginocchia del mondo, mentre si fa sera, e piove.
Distratto, leggevo le insegne come trame intricate, dietro lettere ormai incomprensibili, un brusio di segnali mi riportava dinanzi ad intere paure. Ciò che cadeva era per me il cielo, a sorreggermi, vacillava là in fondo un banco di nebbie ballerine. Ridete là in fondo del mio passaggio, ma non sapete, davvero: in ciò che perdo io incontro Dio. L’hanno bisbigliato, ma quel giorno pare sommerso dal vostro passaggio…
 


Righe e argilla ( di uno scrittore senza parole)

 
All’inizio è l’esperienza delle righe, delle frasi maestre che ripercorrono piccoli universi sommersi.
Finché poi non diventa un vero e proprio oceano, e tu, misero e perduto, e solo, e triste, altro non puoi che decidere di perderti danzando assieme a tutto ciò che lentamente si perde.
Dettando labbra, fissando brividi, ho assaporato ingordo tutte le illusioni dei sensi: le smorfie tristi erano come le colline, come le terre che osservavo mentre triste ero io, fantasma di un mondo che manca. Alchimia delle parole, così è che ho creduto ad una potenza inesprimibile: l’alchimia del sogno, dell’ideale. Un’anima ingorda, ricca del mio spirito, ha gradito le immagini dei miei deliri.
Tutto quello che amo, è ciò che sono capaci di riversare in un mondo che non mi appartiene. Tutto quello che provo è la purezza della sua conseguenza. Ma l’arte del desiderio è un antro antico: incapace di vendicarsi, di provare sentimenti ed emozioni. Un nulla che nella sua opera di devastazione, si ciba di spiriti, di anime, e le infesta di sogni che esplodono, di emozioni che pulsano.
L’essere domandante è un sogno d’argilla.
 


La noia ( di un disgraziato nullafacente)

 
è un lento andare, quello che scopriamo fingendoci, e lento, è ciò che ci scopre mentre aspettiamo. l'attesa è l'illusione più alta, precoce in me come fragili i mondi che piovono dal silenzio degl'occhi.
riversando intere alluvioni di quei fantasmi delicati, vanno lente a profumare di spirito le dolci mani della mia fantasia: me ne andavo, amante dei boschi di un verde senza nome, dei cieli che passano, dei mari che investono, mentre sempre più idiota è lo sguardo che li segue, e li disegna proprio mentre cadi: cadi lento.
allora non ho cappello, ma dipingo lieve e dalle rare forme. non so il nome delle cose che amo, e dico di me e del mio amore ciò che piange, ciò che lento passa: capace della mia anima. mentre lei tace nel suo silenzio d'alba, adoro piano le sue labbra, ombre maldestre trafitte da ciglia celestiali. e sono vinto. mentre tutto mi sconfigge, ed implora l'abbandono.
 


Nuvole (l’osservatore di cieli all’orizzonte)

Meraviglia è la nuvola che nasconde, lontana e impaziente, le mie parole che la cercano sprofondano nel giorno. Non credo più nell’azzurrità del cielo: ciò che svela è amore ai miei occhi di cielo coperti, ritorno non fa più quella mano sul viso ideale, s’accende forse una lacrima, alcune estati sono campi di grano giallo, e avventure perse d’amare, alla sera, quel sogno… quel faro lontano…! Mi dici, quel falò s’è mai acceso? Quel mare ha mai atteso la sera? Non è un giorno ciò che ora appeso nel buio degl’occhi la notte trafigge e dispera? Meraviglia, è la nuvola che triste nasconde lontana e sincera, le mie parole che la cercano sprofondano nel giorno: e lei no sa, la sua schiena alla sera attende i miei sogni… che questo mondo attendono…
La donna sopra il tetto ( e la sua solitudine alla sera)
A volte qualcosa sembra attendere la mia tristezza,
sembra, dai tetti di una città poeta, indicarmi in un silenzio.
Acluni occhi profumano squisiti assieme alle stelle di quegl'orizzonti sugli sguardi del mondo; la nostra solitudine è l’anima di tutti gli amori.
dalla città che sogna, vive di me e di noi l'immagine ideale, loro lo sanno:
dolci, leggere, e silenziose, misteriose, e mie, donne.
Come sdraiata sei, sopra i tetti che del mondo sono le vestigia antiche,
sui tuoi mantelli la vita che in quel giorno se ne andava, ho salutato.
Dalle labbra piccole è l'entrata per quel mondo che nascosto dipingi
come in gran segreto, e sei mia, eterna, nelle parole che ti nascondo.
Blu come il cielo vaga il mondo, e tu di tenebra sei come il mistero che ti avvolge e consola: siamo anime sole, che piovono e si perdono miracolosamente.
La città antica mi chiama per nome, e chiamerà voi, nel mio tempo perduto:
amerà quegli sguardi che non può raccontare,
e quei baci che tanto di notte ogni sera consolano l'eterno universo che in baci si perde.
 


Il professore ( e i suoi rimpianti)

C’era forse un età diversa? Un’età docile e silenziosa, d’entusiasmi e novità galleggianti per un mondo perso in un naufragio? Aggrappati a lunghi fari milioni di uomini ci indicavano a dito, esterrefatti nel loro torpore, eravamo zattere infernali? Semplicemente sapevano che non ci saremmo aggrappati, nella maniera giusta, o forse in nessun modo, come loro, a osservare stelle già morte lungo il cielo specchio del mare, specchio di un abisso senza intenzioni. Ma una volta ricordo tutti assieme: mai gelosi dei giovani anni, custodi di segreti indicibili, osavo credermi amico imperdibile, compagno di avventure e di misteri. Dove sono i miei compagni? Il paese li ha ingurgitati assieme agl’anni, che ne hanno fatto del nascondiglio, della casa abbandonata, del fiume dalle lunghe spine, del campo sempre verde, della collina maledetta? I nostri occhi erano sorriso… ci hanno uccisi. Prima che fosse tardi, troppo tardi per credere di poter continuare. Cosa ho da rimpiangere? So che non è più il mio mondo, che questa è una parentesi di sogno, ed io non ne sono più capace…
 


Dell’invisibile e ignoto. (storia di nessuno)

Non cercate il mio occhio stanco vuoto nel cerchio di uno specchio, perché mi cercate? Io non esisto. Non siete convinti delle mie parole, perché sono parole? Perché le state forse leggendo, e se fossi l’amore allora, se fossi la vita dove mi cerchereste? In qualche immagine in qualche altra parola che ancora non ho detto? Non avete nessuna prova della mia esistenza, potete solo credermi o meno, ma ve l’ho detto, queste sono parole di nessuno, sono parole non scritte, e non devono interessarvi, se fate attenzione, capirete che non servono a nulla e nessuno, allora le tralascerete, ed inizierete a credermi. Addio.

 

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